Salvezza proporzionale

L’offensiva politica sul sistema elettorale è partita con le parole di Romano Prodi e Franco Marini e la preoccupazione per la democrazia italiana diventa davvero forte. Vediamo in lontananza, infatti, sorgere come risposta allo sfarinamento del Paese, un «nuovo fascismo» più sottile ma non meno autoritario. E ci spieghiamo. Sono tornati da qualche giorno sulla scena politica quei referendari che dal '91 in poi hanno messo in crisi il sistema politico italiano introducendo prima la preferenza unica e poi il sistema maggioritario. Il quadro che ne è venuto fuori è sotto gli occhi di tutti. I partiti sono più del doppio di quelli della cosiddetta prima Repubblica fondata sul proporzionale e, dal 1994 in poi, i parlamentari sono nominati dalle oligarchie dei partiti miniaturizzati e non dai cittadini con il voto di preferenza. Le forze politiche ed economiche che erano dietro i referendari del 1991 sono le stesse che sono dietro i referendari di oggi. Pezzi di Ds e Margherita, i grandi poteri economici, gruppi editoriali e alcune procure. I nuovi referendum andrebbero ad incidere sull'attuale legge elettorale per cui il premio di maggioranza non andrebbe più alla coalizione che scompare ma alla lista che prende più voti.
Per dirla in maniera brutale, se una lista raccoglie il 35% dei voti (in Italia è già tanto) prenderà il 55% dei deputati (340 su 630). Altrettanto capiterebbe al Senato anche se i calcoli saranno su base regionale. Una legge elettorale di questo tipo oltre ad essere funzionale al progetto del partito democratico è, in sostanza, la riproposizione della vecchia legge Acerbo del 1923, per la quale il famoso listone unico fascista con il 25% dei voti prendeva i tre quarti dei deputati. La nuova versione è leggermente più pudica (il 30% dei voti garantirebbe il 55% dei deputati) ma il filone autoritario che la ispira è lo stesso. Anche il fascismo fu sostenuto dalla grande borghesia economica del Nord e dai latifondisti del Sud. Anche oggi dietro questa legge c'è lo stesso intreccio di potere e di interessi che non hanno nulla a che vedere con i milioni di piccoli e medi imprenditori, democratici e innovatori. Ecco perché parliamo di nuovo fascismo al sevizio della rendita e delle finanza. Nessuno, naturalmente, andrà a riaffacciarsi a Palazzo Venezia ma nella stagione della globalizzazione i nuovi autoritarismi sono più sofisticati e affondano le proprie radici nell'intreccio tra finanza, informazione e procure. Qualcuno si offenderà per le nostre parole o ironizzerà su quanto diciamo snobbandoci. Poco importa. Anche nella primavera del '94, quando si tennero le prime elezioni «maggioritarie», anticipammo l'implosione del sistema politico e la proliferazione dei partiti. Fummo facili profeti. Alcuni autorevoli opinionisti tenteranno di spiegarci (in verità lo hanno già fatto) che con questo sistema i partiti saranno costretti a mettersi insieme immaginando, così, di mettere sulle spalle di un sistema elettorale l'onere tutto politico di un processo di ricomposizione culturale capace di ridare all'Italia di nuovo grandi partiti di massa. O è un errore culturale tragico o è una furbizia diabolica al servizio di poteri e di interessi inconfessabili. In nessuna democrazia occidentale c'è un premio di maggioranza di questa portata e ciò nonostante ogni Paese europeo, ad esempio, ha almeno due partiti che raccolgono tra il 35% e il 45%. Ma in quei Paesi governa la politica e non gli interessi economici e finanziari. Anche nell'Italia nei primi quarant'anni di vita repubblicana c'erano due partiti che raccoglievano assieme i due terzi degli elettori. Oggi c'è un solo partito che supera il 20% ed è Forza Italia. Un nuovo fascismo si affaccia, dunque, o nella sua versione tragica che abbiamo già conosciuta o in una versione buffonesca. Il pendolo della storia oscilla, come sappiamo, tra la tragedia e la farsa. Se i referendum dovessero vincere e partorire questa nuova terribile legge elettorale niente impedirà, ad esempio, che le due attuali coalizioni diventino due liste unitarie salvo poi a dividersi il giorno dopo le elezioni in tanti gruppi parlamentari. E saremo punto e a capo. La legge elettorale va cambiata ma piaccia o no a questi referendari, la salvezza dell'Italia passa per il ritorno al proporzionale e al voto di preferenza, lasciando al Parlamento la responsabilità della scelta delle alleanze di governo. Fu così che l'Italia fu portata nel novero delle grandi democrazie industriali e così oggi potrebbe riavere quella perduta stabilità politica essenziale per una grande economia. L'efficienza e la democrazia non sono valori alternativi. Comunismo e fascismo la pensavano così, ma furono sonoramente battuti dalla storia. Oggi quella tentazione si riaffaccia più sottile e velenosa che mai e se non sarà contrastata da uno schieramento politico e culturale trasversale, giorni ancora più amari attendono il nostro Paese.
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