Salvi i quattro giornalisti italiani: «Liberi, ma con un peso nel cuore»

Liberi dai kalashnikov, ma prigionieri del dolore e del senso di colpa. La liberazione di Elisabetta Rosaspina, Giuseppe Sarcina, Domenico Quirico e Claudio Monici, i quattro giornalisti caduti mercoledì nelle mani di un gruppo di ghedaffiani, è rocambolesca, inattesa ed indolore. Ma non del tutto felice. La pelle è salva. Le ferite, a parte i lividi sul volto di Sarcina, son poca cosa. Quel che ancora fa male è l’immagine dell’autista freddato sotto i loro occhi, nelle prime drammatiche fasi del rapimento. «Io sto bene - racconta Monici di Avvenire - ma non riesco a non pensare alla famiglia di quell’uomo che per aiutarci a fare il nostro mestiere ha perso la vita». Stesso peso, stessa indigeribile zavorra per Elisabetta Rosaspina del Corriere della Sera, una donna esile e minuta, ma dal grande cuore. Una collega, un’amica, abituata a scrivere più con l’animo che con la penna. «La morte del nostro autista – sussurra - è la cosa peggiore... per lavorare per noi, si è assunto dei rischi ed ora non tornerà più».
Succede in un attimo, dopo una svolta sbagliata sulla strada per l’Hotel Rixos, l’albergo dei giornalisti intorno al quale mercoledì pomeriggio si combatte ancora. Claudio, Elisabetta, Domenico e Giuseppe sono partiti martedì dal confine tunisino, hanno dormito a Zawiyah, sono arrivati da meno di un’ora a Tripoli. Vogliono capire cosa succede nei quartieri ancora sotto il controllo dei gheddafiani. L’autista s’informa sui percorsi migliori, ma tra le nebbie della guerra smarrire la via è un attimo. Claudio se ne accorge, nota il diradarsi di umani, il lezzo di bruciato e morte. Riconosce l’inconfondibile spartiacque tra la linea della vita e della guerra. «Claudio si è voltato... ha detto “ferma qui non va bene” – ricorda Giuseppe - ma era già troppo tardi, un attimo dopo, da dietro l’angolo è comparso quel gruppetto di gheddafiani, avevano i kalashnikov puntati, sembravano più miliziani che soldati». La consapevolezza della svista, del passo fatale, è scolpita nella memoria di Domenico. «È stato un’errore, non dovevamo essere lì, quella è una zona completamente controllata da loro». In un attimo la consapevolezza diventa terrore. «Ci hanno spinto fuori dalla macchina - racconta Claudio -, ci hanno chiesto chi eravamo, cosa volevamo. Siete italiani, ci bombardate... poi hanno incominciato a prenderci a calci e pugni. Il nostro autista tentava di chiudere la portiera del pick up, ma era impossibile. Lo hanno strattonato, lo hanno fatto uscire. Lui ha compreso. Ha capito che era la fine e ha pregato per la propria vita. Loro erano infuriati. Avevano gli occhi iniettati di sangue. Prima lo hanno picchiato. Poi l’hanno ucciso davanti ai nostri occhi».
Poi la rabbia si trasferisce sui giornalisti. Giuseppe viene colpito al volto. Gli altri si preparano al peggio: «Volevano ammazzarci immediatamente come avevano fatto con l’autista», ricorda Domenico. «Ci hanno rinchiusi in un garage, ci hanno rubato tutto», aggiunge Claudio. La salvezza ha il volto di «due libici di buona volontà». Così Domenico chiama i due gheddafiani spuntati dal nulla, capaci di calmare i compagni. Con loro tutto è più semplice. Con loro si passa dal garage a una più accogliente casa prigione. «Ci hanno dato da mangiare, ci hanno trattato bene, era come se all’interno della stessa banda ci fossero due anime, una violenta e una umana», nota Giuseppe. E proprio da quei gheddafiani dal volto buono arriva il gesto decisivo. «Di prima mattina non so sulla base di quali contatti con i loro responsabili quei due ragazzi di buona volontà ci hanno caricato su un camioncino, attraverso l’enorme area di Tripoli ancora controllata forze di Gheddafi, ci hanno consegnato al primo posto di blocco delle forze rivoluzionarie».
La vita è salva. Il cuore è ancora prigioniero. Per sgravarlo un po’ Elisabetta e gli altri oggi torneranno alla casa del loro autista. Divideranno dolore e lacrime con la sua famiglia.