Salvi: «Vi spiego perché con due soli voti in più il Senato è ingovernabile»

Il leader della sinistra diessina Salvi ricorda quando fu lui a fare il guastatore nel ’94: «Così conquistammo 8 commissioni»

Luca Telese

da Roma

Cesare Salvi, leader della seconda componente della sinistra diessina, fu anche il capogruppo dei Progressisti che con due voti in meno, nel 1994, riuscì a tenere in scacco Palazzo Madama. Sullo stato di salute dei Ds e sulle difficoltà della navigazione dell’Unione nelle acque parlamentari del Senato la sua testimonianza merita di essere ascoltata con attenzione.
Senatore Salvi, anche lei fece opposizione con due voti di meno, come il centrodestra oggi, come sintetizza quell’esperienza?
«Con due voti di scarto il Senato è di fatto ingovernabile».
Ma come? Ne è sicuro?
«Vuole un dato? Riuscii a piazzare in otto commissioni su tredici dei presidenti del centrosinistra».
Come fece con due voti in meno?
«Ma non mi faccia dire...».
Massì, dica, dica: ormai è un reato prescritto...
«In effetti con la Cirielli non c’è più problema, eh ,eh...».
Ci spieghi le tre regole auree del filibustering d’autore.
«Per prima cosa, inventarsi un gruppo».
Come?
«Io feci così, mettendo insieme 8 senatori a vita e 2 del mio gruppo distaccati: nacque la Sinistra democratica, presiedeva Libero Gualtieri, e ottenne rappresentanza in tutte le commissioni».
Una patacca memorabile.
«Càspita. Secondo: dare l’assalto alla presidenza delle commissioni con il certificato anagrafico alla mano. Studiai tutto scientificamente, e il colpo da maestro ci riuscì in commissione Difesa».
Che successe?
«Con un po’ di buona intelligence, venni a sapere che loro alla fine per la presidenza puntavano sul generale Ramponi».
Un ottimo candidato.
«Per carità, un galantuomo: ma aveva solo 64 anni. Scartabellando tra i miei, scoprii che Raffaele Bertoni aveva 67 anni, tre di più».
Ma quello era un magistrato!
«Infatti mi disse: “Cesare, io di Difesa non capisco un tubo”».
E lei?
«“Raffaè, ti devi sacrificare... per la causa”. Dopo una notte di riflessione venne da me e mi disse: “Mi ha convinto mia moglie che è antifascista di famiglia”».
Arrivarono a pari merito...
«...e venne eletto, il più anziano, ovvero Bertoni. Mettemmo il governo sempre sotto, e questo pesò anche su ciò che accadde poi».
Terzo segreto?
«Infilarsi nelle ambizioni del nemico. Io lo feci con la Lega. Un bellissimo accordo sottobanco in commissione Lavori pubblici: barattai un voto in più per Corasaniti, in Affari costituzionali, in cambio di un sostegno occulto a Tabladini, uomo del Carroccio, in commissione Lavori pubblici».
E come andò a finire?
«Come previsto: fu affondato Stanzani, candidato ufficiale del centrodestra, passò Tabladini, e noi riuscimmo a eleggere Corasaniti: un colpo da maestri».
Lei è un genio. Passiamo ai Ds: Fassino dice che se ponderato il vostro è un buon risultato...
«Lasci stare le ponderazioni».
Per Fassino quel 17,4 conta come il 19% perché alla Camera ci sarebbe in più il voto giovanile...
Senta, i dati sono questi: la lista unitaria prende il 31,2, Ds e Margherita avevano il 31,1. L’area riformista, insomma, resta al palo».
E allora chi cresce per lei?
«Non per me, lo dicono i numeri: in voti assoluti l’Ulivo va avanti solo di 450mila voti, mentre tutte insieme, le altre liste dell’Unione, da Rifondazione a Di Pietro, di due milioni di voti!».
Perché non avete sfondato?
«Abbiamo perso tre categorie critiche. Ha pesato la diffidenza delle imprese minori, a Nord, spaventate dalle tasse. E il disagio sociale dei ceti popolari del Sud, che si sono sentiti non protetti. Infine c’è stata una riserva del mondo cattolico profondo, che diffida delle trasgressioni più estreme. Non a caso il vero vincitore è l’Udc».
Si preoccupa dei voti cattolici?
«Certo, il problema è proprio qui. È sbagliato il progetto del Partito democratico, che cancella le diversità con la riunificazione innaturale fra Margherita e Ds».
Perché D’Alema si è dovuto ritirare dalla corsa per la Camera?
«Ha fatto bene. È stato un errore candidarlo prima che quella carica fosse concordata».
Chi ha sbagliato?
«Niente nomi. Ma dopo la vittoria abbiamo fatto un patatrack».
E adesso? Puntate sul Colle?
«Visti i risultati, fossi al Botteghino, penserei meno alle cariche, e più di che fare al governo».