Salviamo Jamila, prigioniera del padre islamico

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Jamila, 14 anni, pachi­stana trapiantata a Brescia, è segregata in casa perché troppo bella. Così, anche a scuola, accumula assenze su assenze. Le istituzioni devono intervenire e far prevalere le nostre leggi su quelle musulmane, il diritto allo studio sulle tradizioni familiari. E i magistrati si muovano: c’è un reato
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La storia di Jamila, adole­scente pakistana trapianta­ta in una scuola di Brescia, è tragica e commovente. Bel­la, dolce, nascosta nel segre­to del suo abito tradizionale e nella compostezza di un comportamento così diver­so da quello delle ragazze d’occidente, attrae un po’ troppo, forse proprio per questo, l’interesse e gli sguardi dei compagni ma­schi. Allieva brava e diligen­te, accumula però assenze su assenze così che alla fine rischia di essere bocciata e di non riottenere il permes­so di soggiorno. Non è diffi­cile capire il perché.

I padri, i fratelli, titolari di un’asso­luta autorità sulle donne nelle famiglie musulmane, come prima precauzione da qualsiasi pericolo di rap­porto sessuo-affettivo con stranieri, impediscono a Ja­mila, già promessa in matri­monio come quasi tutte le ragazze ad un parente del suo paese, di frequentare la scuola e la tengono chiusa in casa. Gli insegnanti se ne preoccupano, lasciando nu­merosi messaggi sul telefo­no dei genitori; le compa­gne di classe le mandano le ricariche per il cellulare per non lasciarla sola, ma è evi­dente che il problema di Ja­mila è molto più grande di lei, dei suoi amici, dei suoi insegnanti. È più grande an­che dei suoi genitori e paren­ti perché le radici si trovano nell’Antico Testamento di cui il Corano ha assunto in pieno i primi cinque Libri. Sono attive, perciò, le pre­scrizioni del Genesi e del Le­vitico, prescrizioni che risal­gono ai costumi e alle cre­denze dei pastori nomadi dei tempi di Mosè e la tradi­zione sociale di un mondo nel quale l’unica legge vali­da è quella del Libro sacro. Il conflitto, dunque, è qui, fra il Libro sacro e noi.

È in causa perciò, lo Stato laico con le sue leggi di parità fra l’uomo e la donna, di diritto allo studio per tutti, di tute­la dei più deboli come Jami­la. È in causa, però, anche, l’eccessiva disinvoltura con la quale i politici non hanno tenuto nessun conto dei tan­ti avvertimenti sulla difficol­tà di tener fede allo sbandie­rato rispetto per le differen­ze etniche, religiose, cultu­rali. Le differenze sono insu­perabili quando ci si scon­tra con il Sacro, con la fede in un Dio. La famiglia di Ja­mila si attiene alle proprie norme quando la obbliga a obbedire alla sua autorità, compresa quella di sposare l’uomo cui è stata destinata. Si tratta adesso per lo Stato di passare ai fatti, ossia di far prevalere le nostre leggi su quelle musulmane e di cogliere la vicenda di Jamila come la giusta opportunità per fissare una norma gene­rale, valida per tutte le «Ja­mile » che già vivono e che vivranno presso di noi. Jamila è segregata in ca­sa?

I magistrati si attivino da­vanti ad una notizia di reato e affrontino questo caso sa­pendo che non avranno a che fare con uno di quei pa­dri gelosi e possessivi che ogni tanto allignano da noi, ma con il diritto e l’autorità che il Corano assegna al pa­dre di famiglia. Bisognerà, dunque, che i magistrati giungano a concordare con i rappresentanti dei musul­mani delle norme compati­bili con le norme dello Stato riguardo soprattutto ai dirit­ti riconosciuti in Italia ad ogni individuo. Sarebbe una straordinaria occasio­ne per aiutare il mondo mu­sulmano a uscire dall’arre­tratezza psicologica e cultu­rale che lo paralizza ovun­que, condannandolo anche alla povertà economica e tecnica che contraddistin­gue non soltanto il Pakistan ma tanti paesi del Medio­riente e dell’Africa. Domandiamocelo final­mente senza timori «politi­camente corretti»: perché sono così poveri pur viven­do in terre piene delle mag­giori ricchezze?

Non ci sono dubbi sulla risposta: sono ri­masti fermi alle credenze, ai costumi, alle regole familia­ri e sociali di pastori viventi ai tempi di Mosè. È fondamentale uscire da quest’atmosfera culturale e, poiché si basa su dettami religiosi, bisogna necessa­riamente che siano i respon­sabili religiosi a cambiarne gli insegnamenti. La Chiesa potrebbe validamente con­tribuire a quest’opera di re­visione e aggiornamento delle Scritture mettendo fi­nalmente in atto quella col­laborazione con i credenti delle varie religioni di cui si è fatta paladina fin dai tem­pi del Concilio Vaticano II.