Salviamo la nostra memoria

Sarà perché non sono un vip, uno storico dell'arte, un architetto, un urbanista, uno stilista o un esteta; insomma sarà perché non me ne intendo oltre a non avere particolari titoli per stabilire quello che è bello e quello che è brutto, ma a me l'«Ago e il filo» di pazza Cadorna piace. Ma non è per questo che mi sembra bizzarro il dibattito sul suo eventuale spostamento. Prescindiamo dal costo dell'operazione, dal suo reale carattere di urgenza e dalla inevitabile polemica, già cominciata, sulla nuova collocazione - chi la vuole qui, chi la vuole là. Il fatto è che trovo pericoloso ricollocare o rimuovere le nostre comunque troppo poche sculture. Spostarle ad ogni cambio di giunta (perfino con la stessa maggioranza) mi sembra francamente eccessivo. Qualcosa di analogo accadde per il monumento a Pertini in via Croce Rossa: «Spostiamolo, demoliamolo!». Ma ormai è lì da una ventina d'anni, fa parte del paesaggio urbano, i milanesi sono abituati vederlo e a nessuno torna in mente l'idea di rimuoverlo.
Perché questo e il punto: bello o brutto che sia dopo qualche anno un manufatto di quel tipo finisce comunque per far parte del paesaggio urbano, della memoria che i cittadini hanno della loro città. E poi col tempo la sensibilità e il gusto cambiano. Verso la fine degli anni '50 un quotidiano milanese chiese ai suoi lettori di indicare i 10 più brutti edifici da demolire. Ai primi posti comparvero la stazione Centrale e la torre Velasca, opere che oggi compaiono su tutti i libri di storia dell'architettura, fanno parte del nostro panorama e delle quali nessun milanese (neppure un vip) si sognerebbe di proporre l'abbattimento. Per anni l'Altare della patria in Roma fu considerato orribile: lo soprannominarono «la macchina per scrivere», «la grande dentiera» eccetera. Rimase lì e ora c'è perfino chi lo considera bello. Milano nel corso della sua storia è già stata distrutta, semidistrutta e ricostruita (bene o male) fin troppe volte.