Sam Cooke, brividi ed emozioni con il re della ballata gospel

Tre cd dell’artista che influenzò Otis Redding e Rod Stewart

Antonio Lodetti

L’11 dicembre 1964, a Los Angeles, in una giornata fredda e piovosa, decine di migliaia di persone sfilano davanti alla bara di Sam Cooke, il re del gospel soul, una delle più grandi voci nella storia della musica nera. Cooke viene ucciso in circostanze strane e non ancora ufficialmente chiarite. È in un motel con una ragazza, lui (si dirà al processo) tenta di violentarla. La giovane fugge, lui la insegue; interviene la proprietaria dell’albergo, Bertha Lee Franklin, una donna di colore come lui, e gli spara tre colpi di pistola al petto. Qualcuno sospetta che Cooke - il primo produttore nero della storia, l’artista impegnato che per orgoglio razziale scrive l’inno A Change is gonna come in risposta alla dylaniana Blowin’ in the wind - sia stato ucciso dalla mafia discografica. Comunque sia andata, la sua morte non ha impedito a Cooke di entrare nel mito come cantante di matrice religiosa (da solo e con i Soul Stirrers) come passionale interprete di ballate soul e di sofisticate melodie pop. Il grande pubblico ama le sue canzoni più accattivanti e leggere (come il clamoroso hit Send me), i puristi il suo repertorio secolare caldo, al confine tra sacro e profano, interpretato con la passione del blues e i colori del gospel.
Quel repertorio che ha influenzato tutti, da Otis Redding e Wilson Pickett a Rod Stewart, rinasce oggi con la ristampa di due dei suoi album più importanti (da tempo fuori commercio)e di una antologia. Se Live at the Copa è il suo disco dal vivo più sofisticato, One night stand:Live at the Harlem Square, che esce in questi giorni, è quello più intriso di blues e black music. Lo stesso Stewart, nelle note di copertina, lo definisce «il mio album live preferito». In una epica serata a Miami del 1963 Cooke, accompagnato dalla star del sax King Curtis e dalla sua band, riscalda il pubblico con una travolgente altalena di emozioni che passa dalla preghiera Somebody have mercy ai ritmi scatenati di Feel it, dalla melanconia romantica di Nothing can change this love al cha cha venato di blues Chain Gang.
Dello stesso anno è Night beat, in cui Cooke affronta alla sua maniera alcuni classici spiritual come Nobody knows the trouble I’ve seen e blues come Little Red Rooster e You gotta move con sconfinamenti nel rhythm and blues (grandissima la cover di Shake rattle & roll). L’antologia The best of Sam Cooke è invece del 1962 e raccoglie il suo repertorio più leggero, ma eseguito con incomparabile classe, come dimostrano canzoni come Everybody love to Cha Cha Cha, For sentimental reasons, la coinvolgente rilettura di Summertime, brani in chiave ballabile come Twistin’ the night away.