Sam Moore: «Sugar è italiano ma ha il blues nel sangue»

Con Dave consacrò «Soul Man», ora dice: «Insegno a vivere la musica con l’anima»

Antonio Lodetti

da Milano

Formidabili quegli anni, tra il 1964 e il 66, in cui case la Atlantic e la Stax mettevano sotto contratto il meglio della nuova scena di cantanti soul: nomi come Otis Redding, Percy Sledge, il travolgente Wilson Pickett cui tenevano testa per potenza e versatilità Sam & Dave. A molti non diranno nulla, ma Sam Moore e David Prater (morto in un incidente di macchina bel 1988)fondendo gospel e pop, grazie alle loro voci e al talento compositivo di Isaac Hayes hanno cambiato le coordinate del soul. Basta citare classici come Soul Man (no, non è dei Blues Brothers), Hold On I’m Comin’, You Got Me Hummin’. Ora Sam, da anni un comprimario di lusso sulla scena (la sua voce spicca nell’album Human Touch di Sprigsteen), passati i 70 anni, torna a far sentire la sua voce per riconquistare il ruolo da protagonista - o da leggenda - che gli compete. Lo fa con «un piccolo aiuto dagli amici» e nel nuovo album Overnight Sensational mette in campo una squadra di All Star che passa da Sting a Clapton, dal Boss a Bon Jovi, da Mariah Carey a Zucchero.
Con un cast così il disco non può certo passare inosservato.
«Si ma non è un album di rock dove io sono il comprimario. Questo è un puro concentrato di soul che guarda alle radici ma si tuffa nell’attualità. I grandi del rock mi hanno aiutato a vivere il presente, io ho insegnato loro a sentire la musica con l’anima».
Come è nato il progetto?
«Ho 71 anni, so che il mercato è in crisi, che il mio nome conta ancora qualcosa ma che ci vuole qualcosa di forte per tornare sulla piazza. Così ho preparato sette canzoni e le ho portate ai miei discografici. Volevo incidere da solo perché credevo nella forza dei brani; poi tutti quei grandi nomi hanno cominciato a chiamarmi, volevano esserci, suonare con me. È stato commovente. Mi sono sentito come un vecchio maestro».
Con chi si è trovato meglio?
«Sono i migliori in circolazione. Con Springsteen ho lavorato in passato, lo considero il re del rock così come Clapton è quello del blues, Sting e Stevie Winwood si adattano a qualsiasi stile, Mariah Carey ha una voce eccezionale se ben veicolata, Billy Gibbons degli ZZ Top suona la chitarra come un diavolo. Ma voglio dire che il miglior soulman in assoluto è Zucchero; viene da un background completamente diverso eppure ha un feeling incredibile, vado pazzo per Zucchero».
Soddisfatto quindi dei risultati?
«Certo, non ho tradito le mie origini presentando un prodotto moderno. Il mio successo di un tempo è stato una benedizione ma anche un ostacolo perché tutti continuano a vedermi come un’icona del passato. Ora le cose cambieranno».
Quali sono le sue radici?
«Il country blues di Son House e Robert Johnson che ho ascoltato su disco ma soprattutto il gospel e la musica religiosa che ho cantato in chiesa. Poi naturalmente Ray Charles che mi ha insegnato a spaziare dal jazz al country, Jackie Wilson e B.B.King».
E com’è cambiato il soul dai suoi anni d’oro?
«C’è molta confusione oggi, molta musica viene contrabbandata come soul, ma il soul è emozione, regge soltanto se ha qualcosa dentro, se avvolge chi l’ascolta, porta nuove vibrazioni. È un incrocio di suoni sacri e profani che scuote dal profondo. Il soul è ancora e sempre musica d’amore, mentre mi pare che il rap sia qualcosa che semina violenza».
Nuovi progetti?
«Ora mi voglio scatenare, partirò in tournée e quest’inverno verrò anche in Italia ma non so ancora le date precise. Sono rinato e lo faccio anche per Dave; spero che da lassù mi protegga».