Una Sampdoria in chiaroscuro verso l’Inter

E siamo alla Madre di tutte le partite della stagione blucerchiata 2008/2009. Si parte da «+3», i siluri di Cassano e Pazzini che nella notte di grazia di mercoledì 4 marzo lacerarono una fiancata della corazzata nerazzurra dell'altezzoso Number One. Come arriva la Sampdoria al dunque? Con chiaroscuri.
Di chiaro, e di estremo conforto in prospettiva futura, c'è il ripristino di un maestoso seguito popolare che più non s'ebbe il piacere di riscontrare dai tempi della Sampd'oro «copetera» di Vujadin Boskov e Paolo Mantovani. Un grandioso pellegrinaggio alla volta del tempio del calcio di San Siro (a proposito, registriamo l’appello di Beppe Marotta ai tifosi: «Nessun coro razzista allo stadio!»), a sostegno di una squadra non più in angustie di classifica, rimessa in sesto con 20 punti conquistati e 3 sole sconfitte subite nei primi 13 turni del girone di ritorno, a petto dei 16 punti raccolti e le 5 sconfitte patite nell'identico tratto del girone d'andata.
Di scuro, e inquietante, c'è il tempo che ha perso Walter Mazzarri senza riuscire a risolvere il problema di una difesa tutt'altro che impermeabile, intanto che la squadra generalmente «lunga» raramente sa offrire acconcio aiuto alla regale coppia d'offesa Pazzini-Cassano. Invano ho sperato che il tecnico, in prospettiva Inter, provasse a «coprire» Padalino e Pieri - cursori di fascia laterale carenti nel tratto di 80 metri ma decisamente validi su 40, entrambi scarsi in fase difensiva quanto validi in fase d'appoggio - con terzini identificabili a destra in colui che fosse disponibile fra Campagnaro Raggi e Stankevicius e a sinistra in Accardi.
Comunque pazienza. Per fortuna sembra che la sfortunata spedizione a casa Zenga non abbia influito negativamente sui muscoli e i cervelli dei «ragazzi», e dunque pance in dentro petti in fuori e bando alle «scemate». Lo pretendono i 15mila che s'ispirano a quelli che il 9 maggio 1990 vissero la memorabile serata di Goteborg. Nella speranza che Pazzini e Cassano s'ispirino a quel Vialli e quel Mancini. Per un gol in più, partendo dal «+3», si può delirare.
In genovese si dice: «Se son mangee o pan in ta càntia», si sono mangiati il pane nel cassetto, cioè prima di sedere a tavola. Quello anti Lazio non era il Grifone che batté la Juve e mi indusse a scrivere che dai tempi di Verdeal a quelli di Aguilera e Skuhravy, passando per quelli di Gren e Carapellese Abbadie Meroni e Locatelli Pruzzo e Damiani, non avevo mai visto il Genoa giocare una partita così intensa, brillante, vibrante, incalzantemente condotta dal primo all'ultimo minuto per triangoli ripetuti a tuttocampo. Non era quel Genoa stellare, e chissà se avremo la fortuna di rivederlo entro la fine del campionato. Ma vivaddio, perché non mettersi a vento? Perché farsi fregare in contropiede, sputare su un punto che sommato ai 3 presi alla Juve avrebbe fatto archiviare il doppio turno casalingo con la lusinghiera etichetta di «altamente positivo»?
Comunque poco male. Dopo i 37 punti conquistati nel mezzo campionato esattamente delimitato dal doppio scontro con la Lazio, 19 partite punteggiate da 2 soli stop e 4 ultime vittorie in fila, se non per altro la sconfitta ci stava in omaggio al freddo calcolo delle probabilità. Inoltre, la Fiorentina priva di Mutu Kroldrup Montolivo e Felipe Melo ha ulteriormente dimostrato a Udine - contro una squadra che non più tardi di tre giorni avanti aveva dovuto sostenere la lancinante faticaccia anti Werder Brema - che gli attuali 2 punti di vantaggio del Genoa sui viola nella corsa al quarto posto, calendario alla mano, sono probabilmente destinati ad aumentare piuttosto che a diminuire. Quanto alla Roma, che sabato pomeriggio si scornerà appunto con la Fiorentina, mi vien da dire che per fortuna è staccata di 5 punti dal Grifo, perché l'arbitraggio anti Lecce di Mazzoleni mi ha procurato un certo fastidio.