Il samurai nell'arena. Così un giapponese reconquista la Spagna

Taira Nono è il primo torero con gli occhi a mandorla. Un sogno realizzato con sacrifici e passione

Madrid - Questa è la storia di un’ostinazione, di una curiosa testardaggine che viene dal Giappone. Come Grisù il draghetto che voleva fare il pompiere contro la volontà di tutti, così Taira Nono fin da piccolo, mentre gli amici si dedicavano alla tecnologia e allo sport nazionale, il baseball, lui, contro corrente, inseguiva il brivido di trovarsi nell’arena ad affrontare un toro di cinquecento chili. Un ragazzo giapponese che sognava le lontane, non solo geograficamente, tradizioni machiste delle campagne andaluse e castigliane. Tutta colpa di un documentario sulla corrida che in tenera età lo folgorò.

Ventenne, lasciò Tokio per trasferirsi in Spagna e stabilirsi a Huelva, in un paese che non permette nemmeno alle donne di toreare, figuriamoci a uno straniero dagli occhi a mandorla. E, ovviamente, iniziare fu difficile. Prima i documenti che scadevano, i conti da pagare e i frequenti ritorni a Tokio per lavorare, mettere da parte i soldi e ripartire. Tanti sacrifici e i primi passi nella carriera di matador, quella del novillero: lui trentenne in mezzo a ragazzini di 17 anni, tutti spagnoli e imparentati con toreri.

«Iniziare è stata dura - dice a il Giornale - più di quanto pensassi, ma la mia passione per la corrida era forte e mi spingeva a provare e riprovare anche se le porte non si aprivano». Così, dopo avere vagabondato per la Spagna in cerca di fortuna e dopo essersi guadagnato la fiducia degli spagnoli con venticinque battaglie, Taira conquista la prima arena importante, la Plaza de La Merced di Huelva. Taglia l’orecchio del suo primo toro adulto e stretto nel traje de luces fa l’inchino al suo pubblico e lo infiamma, mentre lascia l’arena dalla porta principale. «Un torero deve dimostrare il suo talento solo davanti al pubblico. Perché al toro non importa la nazionalità, l’età o se sei uomo o donna. Ho convinto gli spagnoli della mia voglia immensa di essere come uno dei loro toreri». Ma non ha paura? «La paura è sempre presente, ma mi aiuta a concentrarmi. Il grande timore di un torero non è il dolore per la cornata, ma la sconfitta davanti al pubblico, la delusione di chi si aspetta un grande spettacolo». Una volontà di ferro tipicamente nipponica che non si ferma davanti a una brutta cornata al fianco e a una spalla da risistemare.

Taira scende sempre nell’arena, accumula esperienza in attesa della grande occasione che lo promuoverà un vero matador. Non si vergogna di avere 39 anni, in un mestiere dove si inizia a dieci, si cuce da solo il suo traje per risparmiare e guarda avanti. «Per tre anni sono rimasto fermo. Senza un manager e per mantenermi raccoglievo arance, poi nel 2002 ho affrontato senza compenso un toro che era stato dichiarato troppo pericoloso». E come è andata? «Sono riuscito a inchinarmi a pochi centimetri davanti al toro sfinito e la gente mi ha applaudito».

Un episodio che ha fatto il giro del mondo, gli ha portato nuovi sponsor e gli ha permesso di ricominciare il suo ostinato cammino. Da anni Taira è presente come un eroe nei testi scolastici giapponesi e il 29 settembre, dopo le nozze con una connazionale, partendo da Plaza de los toros ha sfilato per Huelva sul carro dei vincitori. E alla domanda se non crede che la corrida sia una tradizione barbara e crudele, lui non si scompone: «È un’antica tradizione da rispettare. Un mondo che se si conosce, lo si ama. Come la pesca delle balene che è nella tradizione giapponese e merita il rispetto di chi la critica».