Il «samurai» scozzese che cambiò il Giappone

Non fu il primo e non fu l’ultimo. Quando sbarcò nel porto di Nagasaki, quando scese dalla traballante passerella, dopo mesi di mare, per posare il suo piede sul suolo del Giappone, di Gaijin, di barbari, ce n’erano già tanti. Erano arrivati con le «Navi nere» del commodoro Perry, erano arrivati con la loro guerra senza onore, fatta di motori a vapore, di cannoni, di revolver a ripetizione. Erano arrivati per vendere e comprare, che nella loro testa era solo un modo più educato di dire: saccheggiare.
Lui, Thomas Blake Glover, però, era diverso. L’unico che seppe capire e farsi capire, che vide, in quell’angolo di cocciuto isolazionismo medievale, le potenzialità per far nascere una grande potenza non germinata dalla costola della vecchia Europa. Sposò l’idea (fosse per filantropia o per affari non importa) di tenere quel pezzo d’Asia fuori dall’ombra del colonialismo. Seppe dare una svolta all’intricatissimo rapporto fra occidentali e «Shogunato», seppe cogliere lo spirito dei samurai per trasformarlo in una forza innovativa. Ci riuscì perché era scozzese e quindi aveva nel sangue la logica dei clan, ci riuscì perché fece innamorare i giapponesi, gia allora geni dell’imitazione migliorativa, della tecnologia.
Così, con il suo aspetto da orso, con la sua energia, con la sua passione per i commerci al limite del lecito si trasformò nel deus ex machina della guerra Boshin, quella «guerra civile» che nei manuali di storia occidentali ci finisce poco e niente. Un conflitto che contrappose, in maniera violentissima, chi aveva capito che senza apertura al mondo non c’era futuro, e si votò al progresso in nome dell’Imperatore, e chi difese lo Shogunato, la tradizione del Bushido, ovviamente sempre in nome dell’Imperatore. L’unico che avrebbe, almeno formalmente, vinto sempre e comunque.
Ora le vicende di questo commerciante-viaggiatore, che partì da Aberdeen come impiegato di una compagnia di import-export e divenne l’unico non giapponese decorato con l’onorificenza del «Sole nascente», sono diventate un romanzo storico con solide radici nei fatti: Terra pura di Alan Spence (Neri Pozza, pagg. 444, euro 18, traduzione di Serena Prina). Lo scrittore, anche lui scozzese, ricostruisce, senza giocare troppo con la fantasia, l’epopea di quegli avventurieri del commercio che videro nell’Impero del Sol Levante l’ultima frontiera dei soldi facili. Glover, da questo punto di vista, amava, come tutti gli altri, l’azzardo che arricchisce. Semplicemente capì che il Paese non avrebbe potuto essere piegato a colpi di cannone, un sistema che piaceva soprattutto a inglesi e americani. Tanto meno si sarebbe potuto contare all’infinito su accordi fatti con il vertice sempre meno amato del potere feudale, lo Shogun. Trattò allora con quegli stessi clan feudali che portavano avanti le rivolte anti occidentali, vendette loro armi moderne, addirittura navi da guerra. Prese i loro giovani e li fece imbarcare, in tutta segretezza, verso le nebbie di Aberdeen. Si fece consegnare una locomotiva per far capire anche ai Daimyo (signorotti feudali) che contro tanto mostro, libero di correre solo su duecento metri di binario, non c’era speranza di vittoria.
Fu così che, anche con l’appoggio del console britannico, Harry Smith Parkes, diede la spinta finale all’insurrezione dei Clan Satsuma e Choshu. I loro guerrieri affrontarono, armati all’occidentale e in inferiorità numerica, i Samurai della famiglia Tokugawa che da più di trecento anni reggeva le sorti del Bakufu, il governo dello Shogun. Li spazzarono via a colpi di cannone, li finirono con una fucileria feroce, contro cui la katana (tipica arma samurai) e il coraggio nulla potevano. E così il Giappone cambiò per sempre, si avviò verso la rivoluzione Meiji, lasciò gli elmi e le spade per i vestiti all’occidentale e i pince-nez, trasformò le corazze in corazzate, come dolorosamente scoprirono i russi nel 1905 a Thushima. Unica nazione asiatica, riuscì in quell’alchimia che uno scrittore siciliano ha sintetizzato, in ben altro contesto, con l’espressione «perché tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi». Non sarebbe stato così facile senza la mediazione di Glover, che divenne così giapponese da mettere su famiglia in quel di Nagasaki.
E, buffo a dirsi, gli unici altri che potevano competere con lui nella capacità di comprendere le complicatezze dell’onore nipponico, nel riuscire a non farsi tagliare la testa a colpi di impercettibili sgarbi, furono gli italiani. Molto meno presenti e molto meno coloniali, avevano gli stessi vantaggi di Glover. Capivano le caste, i campanilismi, le rivalità. Capivano il non detto, il gesto. Così fu un italo-inglese, nato a Corfù da famiglia di origine veneziana, Felice Beato, il fotografo capace di immortalare la guerra del Boshin, di congelare in scatti seppia, poi dipinti a tinte pastello, l’incredibile aspetto della trasformazione. Samurai in kimono con fucili moderni, giapponesi vestiti all’occidentale con in mano una katana, signori feudali al comando di corazzate.
Fu sempre un italiano, il genovese Edoardo Chiossone, che fornì al Giappone le prime banconote moderne. In sedici anni, produsse più di 185 incisioni, facendo scuola, avendo la possibilità di avvicinare e di ritrarre gli uomini più potenti del Paese, compresa la divinità fatta carne: l’imperatore. Chiossone compì anche, avendo come sponsor Ryosuke Tokuno, il potente capo della zecca imperiale, un viaggio di studio con cui fornì una prima importantissima catalogazione dell’artigianato tradizionale giapponese (fu pubblicata in quattro volumi con più di 120 fotografie e 220 schizzi tratteggiati di suo pugno). Non tornò più in Italia, perché la Terra dei vulcani gli era entrata nel cuore, dandogli fama e onori. Quando morì, nel 1912, lasciò buona parte dei suoi averi ai poveri di Yokohama. Ma all’Accademia di Belle Arti di Genova inviò in dono oltre 14mila oggetti della tradizione giapponese. Un giorno qualcuno, magari, ricordandosene, farà un romanzo anche su di loro.