San Babila: crocevia dell’assurdo

Forse nelle considerazioni, nelle notizie e nei commenti che di questi tempi si susseguono sui vari organi di stampa su Milano come città, come centro di modi di vita, come architettura, sta alla base quel senso di colpa di cinquant'anni di immobilità architettonica di qualità, intervallati solo da episodiche esibizioni degne della più modesta città di provincia. Una immobilità che fatalmente diventa facile serbatoio al quale attingere per proposte e commenti dai più svariati consensi o delle più cervellotiche giustificazioni. E se Richards Rogers, recente Leone d'oro veneziano alla carriera di architetto, sostiene che il problema più importante che accomuna oggi le città sta nella voglia di viverci, allora Milano ha molto da cercare dentro se stessa. Non contano solo le costruzioni e le grandi opere, ma, e in certi casi anche più di altro, gli spazi pubblici. E allora perché non ci soffermiamo nel luogo più centrale della nostra città? Quella piazza San Babila dalla quale si dipartono e si incrociano le vie più belle ed eleganti, quelle della moda, del design, dell'offerta migliore del Made in Italy: Montenapoleone, Monforte, Venezia, Durini, Vittorio Emanuele, Borgogna, Matteotti. Si tratta di un modesto ritaglio, dove convivono senza alcun nesso una banale fontana dotato di romantico balcone che attende tristemente un visitatore (la targa ricorda il tutto come dono della Fiera), tre aiole tosate come panettoni afflosciati, un tronco di pietra falso Egitto dal quale scivola un gioco d'acqua destinato a morire tra carte stracce e biglietti del tram, tre lampioni in metallo e vetro privi di alcun riferimento estetico. La giovane architetto, che accompagna da tempo il mio lavoro, infieriva divertita accusando anche le panchine, mal disposte e scivolose. L'ho redarguita, perché esagerare non è mai bello.