SAN BENEDETTO Il miracolo dell’Europa

La Regola e gli insegnamenti del monaco che 1500 anni fa inventò un modello di vita sociale e spirituale si dimostrano più che mai validi anche per la nostra civiltà

«Era nato da nobile famiglia nella regione di Norcia. Pensarono di farlo studiare e lo mandarono a Roma dove era più facile attendere agli studi letterari. Lo attendeva però una grande delusione: non vi trovò altro, purtroppo, che giovani sbandati, rovinati per le strade del vizio... Abbandonati gli studi letterari, Benedetto decise di ritirarsi in luogo solitario... Giunti alla località chiamata Enfide... dovettero interrompere il viaggio; presero così dimora presso la chiesa di San Pietro... Benedetto però non amava affatto le lodi del mondo... Si diresse verso una località solitaria e deserta chiamata Subiaco... Vi poté costruire dodici monasteri, a ciascuno dei quali prepose un abate e destinò un gruppetto di dodici monaci... Il santo uomo aveva preso la decisione di cambiare dimora... Il paese di Cassino è situato sul fianco di un alto monte... C’era in cima un antichissimo tempio, dove la gente compiva superstiziosi riti in onore di Apollo... Appena vi giunse, fece a pezzi l’idolo e dove era il tempio di Apollo eresse un oratorio in onore di san Martino e dove era l’altare sostituì una cappella che dedicò a san Giovanni Battista... Scrisse una regola per i monaci... Sei giorni prima della morte, si fece aprire la tomba... Fu sepolto nell’oratorio del beato Giovanni Battista».
Questo - senza date, con quasi nessun riferimento storico, con scarni accenni al contesto politico, quasi fuori del tempo e dell’ambiente - è pressoché tutto ciò che, dai Dialoghi di san Gregorio Magno, scritti, sulla base di testimonianze, nel 593-94, si sa sulla vita di san Benedetto da Norcia. Il resto sono prodigi, miracoli, aneddoti, discussioni, dialoghi, precetti, discorsi, comprese battute di spirito e qualche pettegolezzo, tutto con intenti più pedagogici e di edificazione spirituale che biografici e di cronaca.
Giustamente è stato detto (Giorgio Falco) che, mancando altre fonti, qualunque biografia del Santo di Norcia non può essere che la millesima riedizione di quella di papa Gregorio. Chi voglia cimentarsi nell’impresa deve metterci del suo. Andrea Pamparana ce l’ha messo. Ha guardato più a fondo, volgendosi attorno alla storia e alle vicende dell’epoca. Ha riempito i tempi, trasformando spezzoni e frammenti in una sequenza. Ha viaggiato e osservato i luoghi, le strade, gli edifici, ricostruendoli a ritroso a partire da quelli attuali. E soprattutto, con lo sguardo acuto di un raffinato analista di anime, sentimenti, motivazioni, aspirazioni, progetti, ha fornito un ritratto completo dell’uomo. Nelle memorie di Gregorio Magno, san Benedetto predica, istruisce, conforta: è un Santo che si mostra ai fedeli come esempio e testimonianza. Sotto lo sguardo di Pamparana, Benedetto da Norcia è colto nei suoi risvolti personali: è un uomo che vive la vita quotidiana e rivela la sua psicologia, mentre consuma la sua esistenza.
L’esistenza di san Benedetto - nato attorno al 480-90, all’incirca quando Teodorico a Ravenna comincia a regnare sull’Italia - è costellata di miracoli: il vaglio di coccio che va in frantumi e si ricompone, la lama caduta nell’acqua che rientra nel manico, il piccolo che cammina sulla superficie del lago, il vino avvelenato, e tanti, tanti altri, minuziosamente riferiti da Gregorio. Ma ce n’è uno che papa Gregorio non poteva conoscere. Ed è il più importante di tutti: il miracolo dell’Europa. Pamparana lo introduce così: «C’era un gran fervore, in quel tempo, a Subiaco e lungo il fiume. E non si trattava solo di costruire muri e tracciare fondamenta, ma anche costruire un movimento, dare un programma a quella nuova e feconda istituzione. La società cristiana, in quei boschi a poca distanza da Roma, la sua capitale ecclesiastica e morale, stava subendo una audace e formidabile riforma». E poi: «Benedetto diede l’avvio a una formidabile fioritura culturale. In un’epoca in cui le orde barbariche e la sanguinosa guerra tra Goti e Bizantini andavano distruggendo le antiche tradizioni culturali romane, Benedetto e i suoi monaci andarono contro corrente e di fatto misero le basi per la cultura dei secoli successivi». «Di fatto». Sì, ha ragione Pamparana, perché nell’opera di Benedetto non c’è alcun progetto politico voluto, né alcun disegno sociale è nei suoi piani. Quella conseguenza mirabile e grandiosa che segue dalle sue azioni - la nascita dell’Europa civile e cristiana - è inintenzionale. E però non è casuale o accidentale, come non lo è la storia, che non è programmata o predeterminata, ma ha uno svolgimento.
Nel monastero o nell’abbazia, Benedetto inventa un modello di vita sociale, costruisce un microcosmo, un nucleo di società, che poi si irradia e si moltiplica. In questo senso, la sua celebre Regola è un codice di condotta personale per l’elevazione dell’anima, ma è anche il germe di un ordinamento politico, di una costituzione sociale, di un ordine morale e di costume civile. La Regola prescrive tutto e nulla lascia al caso o alla circostanza o all’arbitrio. Si rivolge ai singoli monaci («Obsculta, o fili, praecepta magistri»), eppure basta scorrerla, porre attenzione ai personaggi, alla loro attività, al loro ambiente, per vedere come nasce il miracolo dell’Europa.
L’abate è esempio spirituale, guida morale, maestro di vita, padre di famiglia. È servitore e padrone, allievo e docente, severo e umile, disponibile e rigoroso. La comunità deve essere organizzata e ordinata, subordinata ma partecipe, ausiliaria ma attiva. Nel monastero c’è tutto ciò che l’autarchia richiede: oratorio, biblioteca, mulino, forno, cucina, refettorio, lavanderia, foresteria, dormitori per i monaci e l’abate, chiostro, officine, cimitero. Tutta la vita quotidiana è dettagliatamente scandita: veglia e ritiro durante le varie stagioni, preghiere, riti, letture, canti, studio, lavoro, vestiti, cibo, servizi di cucina, igiene personale, abbigliamento, orari, comportamenti, punizioni, attrezzi, ospiti da accogliere, mendicanti da soccorrere.
Una comunità siffatta ricostruisce, in piccolo, tutto quello che, alla fine dell’impero romano, si stava perdendo o si era già perduto del tutto e, al tempo stesso, costruisce, in grande, una nuova tradizione. La comunità monastica è convento, famiglia, scuola, azienda economica, mercato, laboratorio, centro culturale. I monaci edificano il proprio ambiente spesso dalle rovine, si dedicano all’allevamento, costruiscono fattorie, bonificano, irrigano, piantano vivai, coltivano orti e campi, seminano, raccolgono, fabbricano attrezzi, costruiscono macchine per l’elevazione dell’acqua, il trasporto dei materali, l’aratura, la falegnameria, inventano farmaci, leggono, studiano, copiano manoscritti. Insomma, tramandano una cultura e ne inventano un’altra, intellettuale, civile e morale.
Prendete una comunità come questa, moltiplicatela per dodici e poi ancora per cento e per mille. Ecco che si compie il miracolo. Da Subiaco a Cassino a Farfa a Bobbio e poi altrove, a San Gallo, a Westminster, a Reichenau, in mezza Europa, dall’Italia all’Irlanda alla Germania alle Gallie, si espande la civiltà cristiana dei monaci. I barbari si convertono e si civilizzano, i popoli cambiano costumi, le arti progrediscono, le istituzioni si modificano. Ci furono sconfitte e devastazioni, seguite da rinascite e riconquiste, e poi ancora da cadute e ricostruzioni. Profetizzò san Benedetto, secondo le parole di Gregorio: «Tutto questo monastero che io ho costruito e tutte le cose che ho preparato per i fratelli, per disposizione di Dio onnipotente sono destinati a finire preda dei barbari. A gran fatica sono riuscito ad ottenere che, di quanto è in questo luogo, siano risparmiate almeno le persone».
A breve, ebbe ragione: da lì a pochi decenni, nel 577, Montecassino fu distrutta per la prima volta dai Longobardi. Ma, a lungo termine, ebbe torto. Il progresso della civiltà si era messo in moto. Se le statistiche sono giuste, all’inizio del XIV secolo i benedettini avevano dato alla Chiesa 24 papi, 200 cardinali, 7.000 arcivescovi, 15.000 vescovi. Tutto a partire da un giovane studente di Norcia deluso dalla Roma del suo tempo, che non percorse più di un fazzoletto di terra, fra Roma, Subiaco e Cassino. Tutto spontaneo, come un seme che genera un frutto e poi un grande albero. O come un piccolo sasso che trascina una valanga.
Dopo le prime fondamenta gettate da Pietro e Paolo, i monaci benedettini fecero nascere l’Europa, le dettero un credo, un’educazione, dei costumi, una moralità, un’economia, un corpo di leggi, una scienza. Lasciarono il loro segno nell’ambiente, nelle arti, nelle città, nelle campagne. Insomma, risollevarono una civiltà perduta, la trasformarono, la plasmarono. E dettero all'Europa un’identità. La nostra identità.
Dovremmo ricordarcene. Oggi che questa identità è smarrita, confusa, incerta. Oggi che è minacciata da nuove insidie interne. Oggi che è a rischio dei nuovi barbari che, come i loro predecessori, usano l’arma del terrore per distruggerla. E oggi che siamo chiamati a riaffermarla, apprezzarla, difenderla. Quo nomine vis vocari? Si capisce perché in Conclave il cardinale Joseph Ratzinger nomen sibi imposuit Benedicti. «Abbiamo bisogno - aveva detto il cardinale pochi giorni prima proprio a Subiaco - di uomini come Benedetto da Norcia il quale, in un tempo di dissipazione e di decadenza, si sprofondò nella solitudine più estrema, riuscendo, dopo tutte le purificazioni che dovette subire, a risalire alla luce, a ritornare e a fondare a Montecassino, la città sul monte che, con tante rovine, mise insieme le forze dalle quali si formò un mondo nuovo. Così Benedetto, come Abramo, diventò padre di molti popoli». Il miracolo era compiuto: dallo zelo bono quod debent monachi habere era nata la civiltà dell’Europa.