San Benigno, il «nodo» chiude le aziende

«Dovete andarvene entro il 31 dicembre. Punto»: suona così, parola più, parola meno, l’ultimatum ricevuto in questi giorni dalle aziende di Sampierdarena che si trovano nella zona interessata dai lavori di ristrutturazione del nodo di San Benigno. Uno sfratto in piena regola, giustificato dalla pubblica utilità, ma che pesa in maniera inesorabile sulle aziende interessate, fino a provocarne la chiusura dell’attività. «Il fatto è che, da tempo - spiega Fabio Costa, imprenditore e presidente del Consorzio per la tutela della aziende locali - è stato messo in atto il meccanismo di dismissione delle attività nella zona di San Benigno, senza che venisse offerta alle imprese del posto un’alternativa concreta e soprattutto praticabile dal punto di vista economico per compensarne l’allontanamento». Si dà il caso - aggiunge Costa - che le amministrazioni locali e l’Autorità portuale (visto che l’area è in concessione demaniale marittima) hanno proposto il trasferimento in zone lontane e in locali che, comunque, devono essere acquistati a prezzi altissimi. «Si è verificato cioè il paradosso di aziende sfrattate, che non solo non ricevono un indennizzo, ma vengono addirittura penalizzate!». Per questo, e quindi per far valere i loro diritti, gli imprenditori - titolari di una sessantina di aziende, per un totale di circa 360 dipendenti - si sono riuniti in consorzio, e hanno cominciato una lunga battaglia...alla Don Chisciotte.
«E sì, perché - insiste Fabio Costa - a fronte dei ripetuti avvisi che ci intimavano di lasciare i locali di San Benigno, abbiamo chiesto altrettanto ripetutamente agli organi istituzionali di esaminare le nostre istanze. Risposta: una serie infinita di colloqui, incontri, tavole rotonde, sostanzialmente inconcludenti, in cui ci siamo di volta in volta trovati di fronte a funzionari capaci, pazienti (a volte meno, però), ma senza potere decisionale». La situazione si è così trascinata nel tempo, ma non ha trovato sbocchi soddisfacenti. In compenso, alcune aziende, messe davanti alla prospettiva di chiudere a Sampierdarena e riaprire a distanza, con un esborso di denaro non compatibile con il proprio giro d’affari, hanno già dovuto chiudere i battenti licenziando decine di lavoratori. «Di questo passo, le chiusure di attività - conclude Costa - sono destinate a proseguire fino alla cancellazione definitiva di tutte le imprese interessate. Non ci sembra questa la soluzione da dare a una vicenda in cui, fra l’altro, noi ci siamo dichiarati subito disposti ad affrontare sacrifici. Ma non a senso unico. Ora chiediamo alla prefettura, al Comune e agli altri enti interessati di convocare un incontro decisivo, in cui le nostre imprese possano ottenere risposte precise e, possibilmente, confortanti. Non vogliamo privilegi, ma solo la possibilità di poter programmare il futuro. Ci sembra assurdo che le istituzioni possano continuare a ignorare i nostri problemi, che non sono certo di difesa corporativa di privilegi privati, ma piuttosto di tutela di attività economiche e posti di lavoro».