San Giacomo, la festa dei Cristi che Levanto ha soffiato a Genova

Pier Luigi Gardella

La ricorrenza di San Giacomo Apostolo, che si celebra domani, 25 luglio, non compare, oggi, tra quelle festività religiose particolarmente partecipate nella città di Genova. Ma, se guardiamo ai secoli passati troviamo una condivisione diversa, originata sia dalla presenza in città di due tra le più antiche e prestigiose confraternite dedicate al Santo di Compostela, sia dalla presenza di una storica chiesa, demolita sul finire del XIX secolo.
Partendo proprio dalla chiesa di San Giacomo, che sorgeva sull’odierno Poggio della Giovine Italia, la parte terminale di via Corsica, possiamo ricordarne la sua antichissima origine: fu fondata nel 1114 da Ansaldo Spinola, rimase per alcuni secoli alle dipendenze della Cattedrale, per poi passare agli Eremitani di Sant’Agostino che la ressero sino al 1806, quando, sotto il regime napoleonico, fu trasformata in carcere militare. Qualcuno la ricorda come la «chiesa degli impiccati» poiché in una fossa comune all’interno della chiesa erano seppelliti i condannati a morte, impiccati al Molo Vecchio. Demolita a fine secolo fu ricostruita poco oltre, in via Corsica, su disegno dell’architetto Rovelli.
Ma la festa di San Giacomo, nei secoli scorsi, era celebrata con grande solennità dalle due Confraternite genovesi che lo avevano assunto a patrono: la Confraternita di San Giacomo delle Fucine e quella di San Giacomo della Marina. Sorsero entrambe nel Quattrocento, quella della Marina probabilmente sotto la spinta emotiva del passaggio da Genova dei Bianchi di Provenza, quella delle Fucine, sembra, quale derivazione della prima, troppo lontana e scomoda per quei confratelli, di professione tintori, che abitavano ed avevano le loro officine (fuxinn-e) nella zona di Santa Caterina. Nel corso dei secoli, grazie anche alla protezione di nobili e ricche famiglie genovesi, le due Confraternite conquistarono sempre più prestigio nel mondo genovese al punto che la loro uscita processionale, in occasione della festa del Patrono, assunse un fasto ineguagliabile alla fine del Settecento e, dopo la parentesi napoleonica, nei primi decenni dell’Ottocento. I cronisti dell’epoca narrano di processioni aperte da quattro uomini di alta statura che portavano bastoni (i pastorali) in argento massiccio e che indossavano vesti in velluto «talmente cariche d’oro che essi cedevano, per così dire, sotto il peso». Poi seguivano quattro grandi croci, i «Cristi», una in madreperla guarnita in oro massiccio, un’altra rivestita di tartaruga ed ornata di fiorami d’argento, la terza in ebano incrostato d’oro ed infine una quarta coperta di piastre d’argento finemente cesellato. Era la processione delle Casacce, che faceva scrivere al poeta Martin Piaggio in una delle sue poesie dedicate al mondo delle Confraternite: ...Che magnifica sciortia, / che ricchessa e pulizia, / quante lusso e profuxion! / Mi m’attasto se ghe son.
Oggi la processione delle Casacce rivive a Levanto, dove in occasione della ricorrenza del Patrono della locale Confraternita di San Giacomo, una imponente processione fa rivivere i fasti delle antiche confraternite genovesi: decine di «Cristi» attraversano le strade di Levanto portati dagli eredi di quei confratelli di San Giacomo che tanto hanno lasciato nella storia religiosa di Genova, e che tutt’oggi testimoniano una fede semplice, ma non per questo meno intensa.