San Giorgio e la sfida occidentale

Nel 1995 il club di scenaristica globale che frequento non riusciva a denominare il nuovo ciclo storico. Un collega americano consigliò di essere spicci: chiamiamolo post-Guerra fredda. E nel 2005 - chiese un precisissimo tedesco - come lo chiameremo? L'americano fu gordiano: post-post-Guerra fredda. Ridemmo, ma per poco. I dati proiettivi mostravano che gli Stati Uniti sarebbero sì rimasti la potenza unica globale, ma non grande abbastanza da tenere in ordine un mondo con nuovi giganti. Proprio in quei giorni l'ufficio scenari del Pentagono (Net Assessment) aveva fissato nel 2024 l'anno in cui la Cina avrebbe superato l'America per scala economica e militare. E si seppe che Clinton di lì a poco avrebbe confermato a Pechino l'accesso al mercato globale senza chiedere in cambio garanzie di buon comportamento. Un enorme errore storico. Complicato dall'aprirsi della divergenza tra Ue ed Usa: l'Occidente non solo diventava più piccolo di fronte al nuove competitore, ma perfino si frammentava. Ci salutammo in bilico tra due nomi: l'Età del dragone - la migrazione del centro del mondo dal sistema mediterraneo/atlantico a quello del Pacifico dominato da Pechino - e il Ciclo di San Giorgio, uccisore di dragoni, inteso come ricostruzione ed ingrandimento dell'Occidente con la capacità di inquadrare la Cina e di imporle standard occidentali. Il club si è ritrovato pochi giorni fa, tutti d'accordo che il periodo 2006-2008 sarà decisivo per capire quale dei due nomi sarà quello giusto.
Per inciso, la fine del 2005 coincide con una sorta di consolidamento dello «scenario islamico» che è stato la priorità strategica assoluta dal 2001 in poi. Ci saranno ancora guai, anche gravi, ma i dati mostrano che l'offensiva jihadista è contenibile e contrastabile fino alla sua dissoluzione. Ciò rimette in priorità nel macroscenario la regolazione della Cina. Questa accede al mercato globale senza alcuna regola di concorrenza bilanciata creando distorsioni paurose che potrebbero portare a crisi di impoverimento nei Paesi ricchi e, conseguentemente, ad una domanda di protezionismo nazionale che distruggerebbe il mercato globale stesso. Da un lato, i governi occidentali stanno cercando soluzioni per attutire la competitività sleale cinese. Ma, alla fine, l'unica soluzione è che la Cina alzi i propri costi di produzione creando un welfare ed un sistema fiscale che lo regga. Conseguenze tipiche di un processo di democratizzazione perché il povero che vota vuole ospedali, scuole, salari minimi, orari umani, ecc. Inoltre lo scenario mostra che lo sviluppo cinese deve trovare un consolidamento in termini di ridistribuzione della ricchezza per evitare un'esplosione violenta di conflitti sociali. In sintesi la Cina deve avviare la democratizzazione interna sia per riequilibrare il sistema economico planetario sia per evitare una crisi interna con conseguenze depressive globali. Ma le élite nazionalcomuniste cinesi non vogliono la democrazia manco dipinta e tentano di tenere massima la slealtà competitiva, attutendola temporaneamente solo nei casi e nei settori dove si accende la controreazione di qualche governo. Il punto: cosa può convincerle a cambiare idea e ad accettare sul serio gli standard occidentali? Evidentemente solo una forza geopolitica ed economica che considerino superiore alla loro. Gli Stati Uniti la stanno costruendo rafforzando l'alleanza con Giappone ed India in funzione del contenimento del potere cinese in Asia. Ma la scala utile per pressare la Cina con bastone e carota richiederebbe l'inclusione dell'Unione Europea e della Russia. In particolare, Europa ed America, se convergenti, avrebbero il potere economico sufficiente per determinare le regole di mercato condizionali, e di modello interno, alle quali la Cina dovrà sottoporsi. In conclusione, nel 2006 sarà sul tavolo il problema di rivitalizzare l'alleanza euroamericana come nucleo occidentale di governo del mondo. Cosa che impone un chiarimento anche tra noi italiani, parte rilevante della Ue: ci arrendiamo al dragone, sulla linea di Francia, Germania di Schröder, Clinton e Prodi o alziamo il vessillo di San Giorgio? Per me: San Giorgio, Occidente.
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