A San Miniato va in scena un Eliot inedito

Enrico Groppali

da San Miniato

Strano destino quello di The Rock, l’opera che Thomas Stearns Eliot elaborò nel lontano 1934, accogliendo l’invito di un comitato che raccoglieva fondi per la costruzione di quarantacinque chiese nei quartieri londinesi che ne erano sprovvisti. Strano destino, fin dal titolo che può riferirsi sia a una comune la roccia, che alla rocca («petra» in latino) sulla quale Cristo raccomandò a Pietro di edificare la casa di Dio. Ma strano soprattutto perché il poeta, oltre a comporre uno dei cori che dovevano accompagnare la Sacra Rappresentazione, non scrisse quelli che costituivano l’ossatura portante né i dialoghi che dovevano innervarne la trama. Si limitò a sovrintendere il lavoro dei suoi assistenti per consegnare all’editore un’opera che, firmata da lui solo, preservasse la sua fama e diffusione.
Per questo motivo, finora l’opera è stata assente dalle scene. Lacuna finalmente colmata dall’Istituto del Dramma Popolare di San Miniato che, per celebrare i sessant’anni dalla propria fondazione, se ne è assunto l’onere confortato dall’entusiastica accoglienza del pubblico. Dato che il testo si riferisce alla situazione in cui versava la Londra d’anteguerra, questa versione italiana non è stata testuale. A questo ha provveduto egregiamente Pino Manzari, regista dell’allestimento, collegando i vari piani dell’azione e spostandone l’ottica al circondario dello stesso San Miniato, teatro di uno spaventoso bombardamento alla vigilia della fine delle ostilità. Grazie a questo escamotage e all’opportuno inserimento, nel contesto degli avvenimenti, del dissidio familiare dell’autore, scisso tra la fedeltà atavica al ricordo dei padri e la propria dolorosa situazione coniugale, lo spettacolo prende corpo e figura unitaria di autentico mistero religioso.
Dato che l’accorato passo a due tra il nobile Eliot di Massimo Foschi e la pietas morbosa e inquietante della sorprendente Maddalena Crippa fungono da leit-motiv. A mezza via tra l’appassionata alacrità degli uomini di fede e la feroce opposizione dei dissidenti, in un coro stupendamente orchestrato tra cui emerge, per intensità di toni e calda partecipazione, l’Alberto umanissimo e suadente di Sandro Palmieri.