San Papa Wojtyla e il «miracolo» della moltiplicazione dei gadget

Passi per la tradizionalissima corona del Rosario personalizzata «by Giovanni Paolo II» e passi pure per il modernissimo Rosario elettronico con su registrata la «voce originale di Wojtyla». Ma cosa c’entrano con quel sant’uomo di Karol, le bottiglie di vino («rosso», «bianco», «rosè»)? i bambolotti con la «testa semovente»? i cucchiaini di ceramica? i posacenere? i portachiavi? i tappetini per il mouse? i foderi per i cellulari e via paccottigliando?
Il Vaticano - in vista della cerimonia di beatificazione del Pontefice polacco - aveva dato il suo imprimatur a poche decine di tipologie di gadget: articoli selezionati tra centinaia di prodotti rigorosamente fabbricati in Italia. Ma purtroppo - nella vita, come sul mercato dei degli articoli taroccati - le vie del Signore sono infinite; e così Roma è stata invasa da migliaia di cianfrusaglie made in China accomunate dall’avere impresso da qualche parte l’immagine miracolosa di Wojtila. Risultato: vendite alle stelle con incassi record soprattutto nella giornata clou del primo maggio, quando nella Capitale si riversano milioni di pellegrini provenienti da tutto il mondo.
Cifre ufficiali non esistono, ma - secondo attendibili stime - nell’ultimo mese nelle casse degli ambulanti sarebbero finiti complessivamente non meno di tre milioni di euro. Una somma enorme che fa della cosiddetta «Santa ludoteca di Karol» l’industria sforna-gadget più remunerativa nella storia dell’oggettistica legata ai personaggi-icona. Finora in cima alla lista c’erano idoli «pop» del calibro di Marilyn Monroe, Elvis Presley, Andy Wharol, Che Guevara, Beatles, ma di «santi» neppure l’ombra. Il boom di Giovanni Paolo II ha invece sovvertito la hit parade del gradimento, scavalcando in poche settimane addirittura la leadeship (italiana) di Padre Pio, altro beato che in fatto di merchandaising non sembrava secondo a nessuno.
E invece l’effetto planetario della beatificazione del predecessore di Benedetto XVI ha dato il là al miracolo: dal nulla (in realtà dai grandi depositi della merce «tarocca» alla periferia della Capitale) sono spuntati ombrelli, cappellini, t-shirt, cuscini, sciarpe, guanti, vasi, bicchieri, tazzine e chi più ne ha più ne metta. In vendita, ovviamente. Vagonate di soprammobili col logo «wojtyliano» e camionate di abbigliamento griffato «Giovanni Paolo II» completamente ormai completamente fuori controllo.
Intanto il Vaticano assiste impotente al business-selvaggio che prevede anche un listino differenziato: un prezzo più economico (si fa per dire...) per i fedeli italiani e un cartellino decisamente più salato (ai limiti della truffa...) per i fedeli stranieri. Nel mirino dei «bancarellari» soprattutto i soliti giapponesi, che per una spilletta di Wojtyla arrivano a scucire addirittura 10 euro; per non parlare poi del campionario più «chic» a base di felpe «in pile» e foulard «in pura seta» con salassi superiori a quelli delle boutique in via Condotti.
Anche sul fronte bibliografico le cose non vanno meglio. Sotto i gazebo delle tante associazioni volontarie che si sono date appuntamento a Roma si trovano guide e opuscoli sulla vita di Wojtyla infarciti spesso di inesattezze o, peggio, di grossolani errori. Ma ormai cacciare i mercanti dal tempio sarebbe impossibile: l’unica speranza è che anche i turisti si facciano furbi e si tengano alla larga dagli «sciacalli della fede».
Ma non crediate che in questi giorni di «santità papale» a Roma si speculi solo nel variegato megastore del Karol-Shop. Anche i generi di «conforto» (soprattutto nei bar e neo chioschetti intorno a Piazza San Pietro) sono soggetti infatti al «miracolo» della moltiplicazione dei costi: per un’acqua minerale (piccola) ci si può sentire chiedere anche 3 euro, 5 per un gelato e 8 per un panino.
Da lassù Wojtyla sorride amaramente, sussurrando: «Damose da fa’, semo romani...». Ecco, magari senza esagerare.