SAN PIETROBURGO I fondamentalisti che scrivono a vodka

Stogoff, Nosov, Krusanov e Korovin: sono gli autori che dal 2001 puntano alla rinascita di una tradizione profonda nella cultura russa

da San Pietroburgo
Il Club Borej è nel cuore di San Pietroburgo, sulla prospettiva Litejnyj, una grande strada che incrocia perpendicolarmente la Nevskij. Mentre siamo sul ponte di Anickov e oltrepassiamo le statue equestri e guardiamo le barchette colme di turisti russi sbuffare placide sulla Fontanka, lo scrittore Il’ja Stogoff, che mi sta accompagnando, dice: «Il Borej non è nulla di che, anzi direi che è brutto, ma non conta: laggiù aleggia lo spirito dei fondamentalisti pietroburghesi, non è solo il loro luogo di ritrovo, ma è una specie di rifugio per l’anima...».
Stogoff è giovane, basso e quasi calvo, indossa una maglietta nera con tanti orologi che segnano le ore del mondo, ha il naso schiacciato, occhi neri. In Russia i suoi libri sono ovunque, nelle edicole aperte alle quattro di notte come nelle grandi librerie a quattro piani. Racconta storie di adolescenti maledetti; o di viaggi ai confini dell’occidente tra monaci coi denti d’oro, prostitute e stupri. È stato in Italia due volte: la prima per conoscere, senza riuscirci, Giovanni Paolo II, e la seconda per promuovere Boys don’t cry, il suo romanzo uscito per Isbn. Stogoff è cattolico e dice che gli italiani sono i peggiori anticlericali, riuscivano a perdonargli tutto tranne il fatto di essere credente. Poi si ferma, mi guarda socchiudendo gli occhi, scandisce: «Sei pronto a bere vodka? Sei pronto a ballare sui tavoli? La letteratura russa naviga nella vodka, senza vodka non esiste letteratura...». Siamo arrivati: finalmente scendiamo gli scalini che portano al Borej.
La porta d’ingresso è così bassa che devo piegarmi per entrare. I soffitti sono altrettanto bassi, alle pareti, tinteggiate di bianco, sono appesi dei quadri. L’intero locale si apre in una serie di cunicoli che portano a gallerie e salette, librerie e altre esposizioni. Mi trovo davanti animali deformati, conigli-elefanti, orologi incistati nel ventre di una capra, videocassette dei maestri italiani del cinema e piante d’ogni tipo. In dieci anni il Borej ha ospitato artisti, filosofi e musicisti di primissimo piano e bandito gare assurde come quella per il miglior monumento alla zanzara. È in corso una performance: c’è frutta su alcuni tavolini di plastica e un grande telo appeso nel centro della stanza. Sul telo sono dipinti un uomo e una donna nudi, un po’ alla maniera di Aligi Sassu. All’altezza dei volti ci sono dei buchi, ogni persona che entra deve mettere il suo volto nel buco e farsi scattare una foto: serve per capire, così dice l’artista, il grado di maturità di chi viene ritratto. La cosa deve avere a che fare con la frutta, ma nessuno conosce di preciso l’interpretazione esatta. Si respira l’aria di un teatro dadaista, una giocosità e un fiero divertimento nell’azione artistica, che in occidente, o almeno in Italia, si è completamente persa. Ma a San Pietroburgo, se sei scrittore, sei scrittore nella città di Nabokov, Dostoevskij, Charms, Gogol’, Puškin e questo scopre livelli diversi all’ironia e persino un gioco infantile trasuda rabbia tragica.
Ci sono degli echi, ecco: degli echi. Quando Sergej Nosov ci viene a prendere per portarci al bar del Borej, gli chiedo lumi sulla performance. Nosov sorride: «Deve essere iniziata da qualche giorno, e adesso neanche loro sanno cosa sta succedendo...». Nosov ha un volto buono e timido, la barba e i capelli lunghi. Scrive per la radio e la tv, il suo ultimo romanzo, Graci Uleteli, è stato osannato dalla stampa. Il più importante critico pietroburghese, Toporov, lo ha definito l’autore del gusto del domani. In Graci Uleteli viene raccontata la storia picaresca di tre strampalati amici, con un surrealismo pietoso e ironico che, all’interno di uno stile perfetto, non copre nulla della tragicità della vita, ma piuttosto svela le screpolature dell’esistenza attraverso una inimitabile comicità dolente.
Il bar è minuscolo, pochi tavoli di compensato e soffitti a volta coperti di mattoni rossi. Il bancone non è più lungo di un metro e mezzo. Ci sono foto, quadri, busti di gesso, bottiglie e bicchieri vuoti e bustine di tè. C’è un grande caldo. Ci aspettano, seduti a fianco di due tavolini uniti, lo scrittore Pavel Krusanov e il critico Lev Danilkin. Sui tavoli spuntano cartoni di succhi di frutta, insalate russe e una bottiglia di vodka Diplomat. Stogoff la indica: è arrivato il momento della verità.
Appena ci sediamo, Nosov dice: «Come avrai certamente capito, i fondamentalisti pietroburghesi non hanno nulla a che fare con problemi religiosi. Il nome è stato scelto a tavolino, quando il gruppo si era già definito». Mentre Nosov parla, Krusanov versa la vodka nei bicchierini. Krusanov ha un volto leggermente irregolare e lo sguardo intelligente e vigile. È direttore editoriale della Limbus Press, una delle più raffinate case editrici di San Pietroburgo. È anche un affermato romanziere, il suo ultimo romanzo-manifesto Amerikanskaja dyrka è un ironico attacco agli Usa, condotto con le armi mistificatorie dell’arte, che finisce con la distruzione del continente americano.
Quando Nosov si interrompe, Krusanov precisa: «La prima avvisaglia di una nuova sensibilità è sorta nel 1996 con il saggio di Aleksandr Sekackij Mogi i ich mogušcestva. In un linguaggio in parte filosofico e in parte esoterico si affermava la necessità di un nuovo modo di essere: abolire la programmazione giornaliera e lanciare la sfida al mondo dandosi possibilità fuori dai limiti... Il fondamentalismo, nel senso più ampio, è un orientamento verso la rinascita di una tradizione profonda nella cultura. San Pietroburgo è una città utopica, nata per diventare capitale di un impero, noi respiriamo l’aria di una capitale e quindi dobbiamo porci degli obiettivi diversi da quelli di una letteratura ripetitiva e monotona... ma non posso parlare troppo dei fondamentalisti perché ciò che lega il nostro gruppo è una forma della grazia e la grazia è inesprimibile».
Krusanov alza il bicchiere e propone il primo brindisi: agli italiani, ovviamente. Dal 1996, dopo un periodo di incubazione, il 24 gennaio del 2001 nel club moscovita O.G.I ci fu la prima uscita collettiva dei fondamentalisti. L’occasione era la presentazione da parte della casa editrice Amfora di una collana in cui sarebbero usciti i loro testi. Durante la serata fu letta una Dichiarazione dove, fra l’altro, si affermava: «Noi compatiamo gli artisti i cui successi creativi rispondono agli interessi di comunità appassite e ridotte a zero. L’artista non è costretto a essere previdente e giudizioso. Ci aspettano delle prove». Questa dichiarazione fu firmata dai «Depositari della Sanzione collettiva senza riserve della Potenza Unita Pietroburghese»: I. Stogoff, A. Sekackij, S. Nosov, A. Levkin, P. Krusanov.
Ma l’uscita pubblica che fece più scalpore avvenne il 16 aprile dello stesso anno. Era intitolata «Impero invisibile» e culminava nella lettura di una lettera aperta al presidente Putin, in cui si chiedeva l’annessione alla federazione russa del Bosforo e dei Dardanelli. Si trattava ovviamente di un gioco letterario fra confini invisibili, utopie paradossali, sensazioni imperiali dell’esistenza, che forma l’impasto unico di questo gruppo di scrittori, ma scatenò parecchie polemiche nel mondo intellettuale russo. Quando chiedo cosa ha risposto Putin alla loro lettera aperta, Krusanov replica: «Non ha risposto a parole, ma con i fatti. Come si possono altrimenti spiegare le tensioni russo-ucraine del 2003 per la diga di Kercenskij e più di recente per il gasdotto?».
Dall’altra stanza, divisa dal bar solo da una porta bianca di legno sottilissimo, vengono le risate dell’azione artistica che continua. Un po’ di frutta è caduta per terra, qualcuno deve essere scivolato. Molte persone si uniscono a noi, bevono e poi se ne vanno. Il critico Danilkin, giovanissimo, che scrive per il lettissimo quindicinale Afiša, tace e pare riflettere su ciò che è stato detto. Nosov mi spiega che si è da poco trasferito da Mosca a San Pietroburgo: «È una nuova moda: oggi gli intellettuali russi vengono qui da noi, non esiste un motivo particolare... spesso viene inventata dai giornali una contrapposizione fra Mosca e San Pietroburgo, ma non c’è niente di vero».
Mi accorgo solo ora che Stogoff non beve vodka ma succo di frutta. Mi guarda, dice: «Sono cattolico e astemio, sono una minoranza della minoranza». Prende le distanze dai fondamentalisti con una battuta: «Sono un gruppo di slavofili». Viene rimbeccato benevolmente da Nosov. «In fondo - precisa Nosov - noi fondamentalisti scriviamo opere molto diverse fra loro, ciò che ci unisce è il rifiuto del politicamente corretto e un particolare e inspiegabile senso dell’umorismo». Questa serata finisce così, ci diamo appuntamento al giorno dopo e ci salutiamo con strette di mano. Usciamo per la porta posteriore del Borej, dove troviamo sabbia, pietre sconnesse e l’entrata coloratissima di un sexy shop immortalato proprio in un romanzo di Nosov. Troviamo anche, naturalmente, San Pietroburgo: città enorme e bellissima, nata dal sogno di un imperatore.
L’indomani il paesaggio cambia, si fa di betulle e di acque immobili, siamo ospiti in una dacia sul lago Razliv, a nord. È il luogo di villeggiatura di Sergej Korovin, un altro scrittore del gruppo, agitatore dell’underground pietroburghese ai tempi del regime sovietico. Un uomo vigoroso, alto, con due baffetti spuntati. Parla in continuazione, irrefrenabile e vitale. Ha pubblicato per la Limbus Press Prošcanie s telom, un romanzo poliziesco che si gioca negli ambienti editoriali di San Pietroburgo. In una recente azione collettiva dei fondamentalisti, la sua performance ha destato scalpore. Nell’appartamento della vecchia usuraia di Delitto e castigo, ha sepolto una lingua salmistrata di maiale. Il gesto è stato interpretato come la sepoltura della lingua suina della prosa moscovita, dando adito a una miriade di polemiche.
Tra ironia e impero, provocazioni e divertimento, tra le mille sfaccettature di questa città così letteraria e stratificata, dove ogni angolo, ogni via, ogni facciata di palazzo, sono la forma visibile di una pagina di romanzo o di una parola, i fondamentalisti pietroburghesi sembrano più vivi che mai per raccogliere la lussureggiante eredità del passato e sconcertare la modernità con il loro senso dello humour e la forza dei paradossi.