Il San Raffaele di Kabul salva chi vuole morire

nostro inviato a Kabul
Diciamo che lei si chiama Alima. Ma il nome non importa perché la sua vita è simile a quella di troppe ragazze che arrivano al reparto grandi ustionati del San Raffaele di Kabul. Diagnosi: suicidio con il fuoco per salvarsi dal peggiore dei pericoli, un matrimonio combinato e non voluto. Storie di disperazione in cerca di un finale imprevisto, e cioè sopravvivere, che è proprio l'impegno dell'ospedale Esteklal, tre padiglioni di Kabul presi in gestione dal San Raffaele di don Luigi Verzè e affidati alle cure di Marco Cernuschi. Cinquantasei anni, medico chirurgo, una specie di missionario laico partito da Treviglio, passato per il Rwanda e lo Zimbabwe e arrivato a Kabul: «Sulla carta d'identità lombardo, per aspirazione cittadino del mondo».
Il novanta per cento degli ustionati gravi che arrivano da lui sono donne. «Due ragazze sono morte la scorsa settimana, vengono portate qui con ustioni oltre l'ottanta per cento, sono così giovani, hanno al massimo diciassette o diciotto anni, rifiutano un marito che non hanno scelto e decidono di darsi fuoco come atto dimostrativo» racconta. «È difficile anche dare loro supporto psicologico, abbiamo il problema della lingua e della cultura che non sempre riusciamo a superare grazie ai due interpreti». Spesso anche quel che viene denunciato come un incidente domestico è un tentato suicidio, o più spesso un suicidio riuscito: «Ci sono ostacoli culturali, timori di ritorsione da parte delle famiglie, in molti casi preferiscono tacere».
L'ospedale si trova in una delle aree più danneggiate dai combattimenti, «in zona ex-russa», a un chilometro dal Parlamento e lì dove c'era la vecchia ambasciata dell'Urss. Subito dopo la guerra è arrivata la Croce Rossa, nel 2004 è subentrata l'Aispo, l'organizzazione del San Raffaele che ha preso in gestione l'ospedale grazie ai fondi della cooperazione e adesso due tecnici e un medico italiani entusiasti di don Verzè hanno ritirato su praticamente dal nulla quel che era un ospedale solo nei ricordi. Oggi è una struttura pubblica alla quale possono accedere tutti gli afgani, ma totalmente finanziata con il denaro della coperazione, come ricorda una targa all'ingresso del padiglione chirurgia appena ricostruito.
Cernuschi è l'unico medico italiano, per il resto «i chirurghi sono personale afgano con una buona praticaccia fatta in periodo di guerra». Lui si dedica soprattutto alle diagnosi e al periodo post-operatorio, i momenti più ricchi di incognite.
All'ospedale Esteklal-San Raffaele c'è anche un reparto natalità, che in Afghanistan è una vera rarità. Nel Paese la mortalità di madre e bambino è tra le più alte del mondo. L'inviato di don Verzè in terra afgana ha le idee chiare sul perché: «Gli ultimi dati dell'Organizzazione mondiale della Sanità parlano del duecento per mille di morti nel primo anno di vita. È un problema culturale perché si arriva dal periodo dei talebani in cui la donna era considerata solo una macchina per far figli. E se una macchina si rompe, questo il loro ragionamento, basta sostituirla. Così arrivano donne in condizioni serissime, ormai gravi perché è mancata persino la diagnosi di gravidanza a rischio».
Qualcosa sta cambiando e anche se il San Raffaele di Kabul è solo una piccola oasi e i tempi hanno la lentezza della storia, i passi avanti danno grande soddisfazione. «Abbiamo appena completato il riscaldamento nel reparto chirurgia» sorride Cernuschi e mostra orgoglioso i termosifoni freschi di vernice nel corridoio. «L'inverno qui è freddissimo e i pazienti rischiavano di morire appena usciti dalle stanze riscaldate con le stufette». Tornare a casa? «Chissà. Uno dei miei figli è qui a Kabul e si occupa del programma di formazione dei paraplegici. Ma mi aspetta un altro figlio che si prepara a iscriversi in ingegneria a Milano».