San Raffaele, con la manovra 7 milioni di euro in meno

Gli effetti della manovra sul bilancio della Regione Lombardia, che ha dovuto modificare l’entità dei rimborsi di alcune prestazioni sanitarie, comprese quelle per i ricoveri ospedalieri, i cosiddetti drg, avrà conseguenze importanti anche per il San Raffaele, con minori introiti stimati in 6-7 milioni di euro. E se una ricaduta in questo senso è prevedibile anche per altre aziende sanitarie, per il San Raffaele l’impatto, proprio per la difficile situazione finanziaria del gruppo, ancora è più duro.
La struttura milanese fondata da Don Verzè è alle prese con un pesante debito, che potrebbe attestarsi su 1,4 miliardi di euro; e la Procura di Milano ha chiesto di presentare un piano di risanamento entro il 15 settembre, pena l’istanza di fallimento.
I vertici del San Raffaele appaiono decisi a portare in porto il salvataggio - a cui prende parte anche lo Ior, la banca vaticana - e hanno fornito rassicurazioni sugli oltre 4mila dipendenti, escludendo tagli agli organici, e sul pagamento degli stipendi di settembre.
Prima del 15 settembre sono quindi in calendario vari incontri.
Lunedì prossimo, 29 agosto, ci sarà una prima riunione del nuoco cda. Subito dopo, il 31, ci sarà un incontro tra i vertici del San Raffaele e i sindacati (un primo incontro interlocutorio c’è già stato mercoledì), a cui ne seguirà un secondo il 7 settembre. Non è escluso, ovviamente, anzi è probabile vista la delicatezza della situazione e i tempi limitati, che il consiglio di amministrazione del 29 non sia conclusivo e che entro il 15 settembre ne sia convocato un altro.
Uno degli aspetti che resta da chiarire è l’entità esatta del debito. Enrico Bondi, l’ex uomo forte di Parmalat del dopo Tanzi, il consulente nominato a fine luglio dalla Fondazione San Raffaele del Monte Tabor, e Giuseppe Profiti, il vice presidente a cui Don Verzè ha affidato piene deleghe, stanno affrontando il lavoro di ricostruzione contabile essenziale per avviare l’opera di ristrutturazione. Cifre non ufficiali indicano un buco nei conti tra 1,3 e 1,4 miliardi, ma è ancora presto per tirare le somme definitive. In ogni caso, i vertici della struttura continuano a sostenere che l’ipotesi fallimento non è presa in considerazione.
In veste di consulente Renato Botti, già direttore generale dell’istituto, sta lavorando alla stesura del piano industriale. Un piano che, nelle intenzioni, punta a difendere il core business, ossia le società del ramo sanitario - per altro, in utile - comprese le società collegate, come i servizi di laboratorio, su cui non sarebbero previste dismissioni.