Il San Raffaele raddoppia i medici anti cancro

Marisa de Moliner

Il San Raffaele raddoppia. E lo fa per poter curare meglio i pazienti affetti da tumore. Come? Aumentando da 300 a 600 i medici e i ricercatori impegnati in oncologia. Un vero e proprio esercito di camici bianchi reclutati anche all’estero. Il recupero dei nostri cervelli emigrati è stato annunciato ieri in un congresso da don Luigi Verzé, presidente della Fondazione dell’ospedale di via Olgettina. Ma questo arruolamento non è l’unico impegno attuale del patron del San Raffaele: ha stanziato un finanziamento di oltre cento milioni di euro per realizzare in quattro anni 35mila mq di nuovi laboratori da destinare al settore oncologico. Un impegno cui don Verzé è stato spinto guardando pazienti grandi e piccoli. «Non posso tollerare - ha dichiarato - che ancora tanti bambini, giovani, madri e padri muoiano per un tumore. Dopo anni di eccellenza medica e scientifica in molti campi la nostra Fondazione ha fatto propria una delle scommesse più difficili: la cura del cancro. Il San Raffaele e il Dibit 2 sono un imponente atto di coraggio: una spesa enorme in attrezzature, strutture e uomini, ma la vita non ha prezzo. Vogliamo vincere il tumore». Una scommessa che al momento si traduce in 4mila pazienti oncologici trattati e 40 sperimentazioni cliniche. «Intendiamo - prosegue il fondatore dell’ospedale di Segrate - individuare farmaci intelligenti in grado di bloccare o rallentare la formazione di tumori all’origine e personalizzare le cure, studiando i fattori genetici o predisponenti di ogni singolo paziente. Si tratta di obiettivi raggiungibili grazie a un modello organizzativo che prevede continue sinergie tra l’area clinica e i laboratori di ricerca. Quei laboratori che tra 48 mesi s’amplieranno e consentiranno di condurre studi innovativi come quelli presentati al congresso di ieri da Claudio Bordignon, direttore scientifico dell’ospedale di via Olgettina. «Al momento sono in corso - ha spiegato - sperimentazioni incentrate sulla cura dei tumori solidi, come quello al colon. Uno studio di fase 1 in cui si sta testando l’efficacia di un fattore di necrosi tumorale capace d’attaccare i vasi sanguigni che alimentano il tumore portando alla loro distruzione. È, invece, in fase avanzata, lo studio per la definizione di una terapia di supporto nel trapianto di midollo osseo per il trattamento di linfomi, leucemie e mielomi, al fine di contrastare il rigetto del ricevente da parte del trapianto. Ben altri tre importanti studi di fase 1 riguardano quello che è stato ribattezzato «il big killer»: il tumore al polmone. «Obiettivo - ha precisato il professor Bordignon - è verificare l’efficacia di un vaccino terapeutico che attivi le risposte immunitarie che l’organismo mette in campo per fronteggiare l’aggressione delle cellule impazzite». L’ultimo studio presentato, non certo per importanza, è quello sulle cellule staminali dei tumori e sull’uso di cellule staminali come vettori di geni capaci di modificare il comportamento delle cellule tumorali.