«San Suu Kyi ci ha resi migliori»

RomaIeri ha aperto le danze The Lady, fuori concorso al Festival di Roma, accolto da applausi. A ravvivarne l’atmosfera, il regista Luc Besson, che insieme a Michelle Yeoh, protagonista del biopic dedicato ad Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace, e a David Thewlis, qui marito di lei, ha spiegato la genesi d’una storia straordinaria. «La mia più grande difficoltà? Mantenere il rispetto verso un personaggio mai conosciuto. Ho cercato il massimo di verità nel décor esterno, reperendo perfino le foto dei suoi cani», spiega Besson, scortato dalla moglie produttrice e prostrato davanti a Jean Todt, manager sportivo, nonché marito della Yeoh, la diva malese di Memorie di una geisha. Né potevano mancare critiche a un prodotto così smaltato da risultare quasi freddo. Descrivendo le lunghe separazioni tra la leader birmana - liberata nel 2010 dopo vent’anni di arresti domiciliari-, e il paziente marito Michael Aris, sceglie il registro familiare e intimistico, piuttosto che quello politico. «M’interessava indagare come potesse, un personaggio così, lasciare marito e figli per pensare al suo paese. Non sapevo neanche se mi stesse simpatica», riflette Besson. L’aspetto non-violento del film, che sottolinea la grazia di Aung San Suu Kyi, accurata nel vestire e delicata nelle movenze, nonostante le sue battaglie, è importante in The Lady. «La democrazia nasce dallo spargimento di sangue... qui, invece, la lotta per la democrazia è stata portata avanti con la non-violenza», sottolinea Besson, ricordando che la liberazione di Aung San Suu Kyi è arrivata a set aperto. Un set difficile, tra riprese semiclandestine in Thailandia. Il problema linguistico ha assillato Michelle Yeoh, che ha dovuto imparare il birmano. «Apprenderlo mi ha causato difficoltà. Questa donna è rispettata non solo dai birmani, ma da tutti gli oppressi: sono una persona migliore, dopo averla portata sullo schermo».