San Suu Kyi al regime: "Sono pronta a trattare"

La pasionaria birmana ai suoi sostenitori: &quot;Dovete ribellarvi in nome di ciò che è giusto, ma in modo adeguato&quot;. &quot;Sono favorevole alla riconciliazione&quot;<br />

«La base della democrazia è la libertà di espressione». Non è esattamente una frase da premio Nobel, né un trionfo di acume e di sagacia, il concetto veicolato al mondo ieri da Aung San Suu Kyi nel suo primo bagno di folla dopo la liberazione dalla cattività impostale dalla giunta militare di Rangoon. Ma quindici anni di assenza dai microfoni lasciano un po’ di ruggine. Si rifarà strada facendo, perché se una cosa è sicura, dopo le sue parole di ieri, è che l’eroina della resistenza birmana non ha intenzione di ritirarsi in buon ordine.
L’attende un compito non facile, giacché si tratterà di trovare un minimo comun denominatore tra le due forze di opposizione in cui si è diviso il fronte anti-regime. Da un lato la sua Lega nazionale per la Democrazia, che ha boicottato le elezioni dello scorso dicembre ed è stata sciolta dal governo; dall’altra la Forza democratica nazionale, nata da una costola della Lega, che ha accettato di partecipare allo scrutinio, boicottato dalla comunità internazionale.

È una sfida che Aung San Suu Kyi sembra decisa ad accettare con entusiasmo, a giudicare dai toni da lei usati nel suo primo comizio, e dall’entusiastica, festosa accoglienza riservatale dalla folla.
Memore degli anni di gattabuia, e della idiosincrasia del regime militare per gli spiriti liberi, Aung ha usato un linguaggio franco, ma allo stesso tempo ammantato di cautela. «Dovete ribellarvi in nome di ciò che è giusto: se vogliamo ottenere quel che desideriamo, dobbiamo farlo in un modo che sia adeguato», ha detto la sessantacinquenne premio Nobel. Per poi aggiungere: «Sono a favore della riconciliazione nazionale, a favore del dialogo, e quale che sia la mia autorevolezza intendo utilizzarla a questo fine. Ma spero che ciò che potrò fare non sia basato soltanto sull’autorità morale. Voglio far credere di far parte di un movimento efficace».

C’erano almeno 10mila persone (ma c’è chi dice 40mila), una folla da stadio, ieri, davanti alla sede della Lega nazionale della democrazia a Rangoon. E tutto questo, solo grazie al passaparola, visto che i giornali si erano guardati bene dal pubblicizzare l’evento. Molti erano vestiti a festa con i fiori tra i capelli, altri sfoggiavano una maglietta su cui era stampata l’effigie di San Suu Kyi, altri ancora issavano ritratti incorniciati della loro eroina; mentre i più spavaldi e i più giovani si sono arrampicati sui lampioni e sugli alberi che fanno corona alla sede del partito. Una festa collettiva che più di tanti discorsi e slogan deve aver fatto storcere il naso dei marmorei, impennacchiatissimi generali di Rangoon.
Come Nelson Mandela, l’altrettanto carismatica San Suu Kyi ha evitato di recriminare e di fare la martire, spingendo forte, piuttosto, sui toni della felicità per la libertà ritrovata, e scherzando con i suoi sostenitori.
«Lo so che vi ho detto di dirmi quello che pensate ma ora che ci sono così tante voci e così tanto rumore non so più cosa dite», ha detto a un certo punto, con un radioso sorriso, suscitando una ola di risate. Ma tutte quelle voci devono essere state una sorta di musica per le orecchie di San Suu Kyi. «Ho ascoltato la radio per sei anni - ha detto a questo proposito, ancora scherzando -. È bellissimo sentire ora dal vivo le voci delle persone».
Le sanzioni imposte a Rangoon dalla comunità internazionale non potevano naturalmente passare sotto silenzio. Ma anche qui, prima di congedarsi dai suoi sostenitori, il premio Nobel ha evitato lo scontro frontale con i militari. «Se il popolo vuole la revoca ne terrò conto», ha detto, aggiungendo che «questo è il momento in cui la Birmania ha bisogno dell’aiuto di tutti». E già il fatto che abbia detto Birmania, e non Myanmar, il nome imposto dal regime al Paese, è suonato come una pernacchia alla dittatura.