San Vittore, il cappellano: "È disumano"

Viaggio nel sesto raggio: la sera anche 30 arrivi. Don Alberto Barin: molti pensano di subire un male maggiore di quello commesso  

La chiamano «saletta ricreativa» a San Vittore. Ci sono perfino due pappagallini. «Sono due volte in gabbia» sorride l’ispettore di polizia penitenziaria. Ma non è un commento amaro, il suo. Sta in quel carcere da trent’anni, ma non si sente «dentro». «Si è fatto un ergastolo», dice qualcuno. Ma è solo un luogo comune: «Io sono come tutti gli altri, fuori di qua ho la mia vita, una mia famiglia». Anzi, «sono fortunato - dice - di questi tempi non è poco avere un lavoro sicuro come questo. «Sviluppiamo degli anticorpi a San Vittore». Non è un modo di dire: «Parlo delle malattie, di quel che entra qua dentro». Il sesto raggio è il «girone dei torturati» del carcere milanese. Sono 474 uomini. E la tortura è il sovraffollamento. «Allora i torturati siamo anche noi», dice un agente riferito alla denuncia dell’altro giorno del giudice Giuseppe Grechi. San Vittore era all’avanguardia, 130 anni fa, quando è stato costruito. Secondo le teorie criminologiche in voga le celle singole scoraggiavano promiscuità e «contagi» delle inclinazioni al delitto. Ora in quelle celle vivono in otto o in nove. L’assegnazione dei nuovi arrivi - anche 30 alcune sere - è un’opera di «geopolitica», ammette l’ispettore: «Per evitare tensioni cerchiamo di mettere insieme detenuti della stessa nazionalità. Se arriva un altro marocchino lo posso mettere con degli algerini, non certo non gli albanesi». Ogni cella ha un odore. Cipolla, caffè. Il cesso alla turca vicino al fornellino da campo usato per mangiare. Molti entrano ed escono, altri, «nuovi», non conoscono le regole. La prima l’igiene: scatena delle vere guerre. Gli italiani sono minoranza, ormai, e stanno buoni. I musulmani hanno una piccola «moschea». Una stanza con un tappeto. Il venerdì va lì a pregare chi ha fatto domanda. A turno. Alle 13 al quarto piano un ragazzo si inginocchia verso La Mecca. Gli altri giocano a carte e fumano. «Vietato fumare» è scritto in undici lingue, ma fumano tutti. È una delle pochissime «concessioni». E litigano per una sigaretta. Non possono fare molto altro. Possono lavorare. Lo chiedono tutti, subito, e chi lo fa è un privilegiato. È nel sesto raggio che stanno i «protetti». Chi violenta, chi maltratta, i pedofili. Guardati a vista perché non finiscano nelle mani degli altri. Hanno un agente sempre incollato. Nell’ala dei protetti stanno i trans. Non ancora operati. Uomini per l’anagrafe. Non più per gli altri detenuti. Il terzo e il quinto raggio sono stati ristrutturati. Per ogni reparto servono 5 milioni. E l’incertezza sulla cittadella giudiziaria, paradossalmente, ha fermato tutto. L’orologio è stato rimesso in moto ieri. Il tempo non passa, a San Vittore. Al centro dei raggi c’è l’altare. Lì celebra messa don Alberto, a San Vittore da 10 anni. Non vuole immischiarsi con le polemiche. Ma lui lo sa come si vive lì quando le telecamere si spengono. Mima con le mani lo spazio di un quadrato: «Questo è disumano - dice - quando sette persone stanno qui dentro. In questo senso è una tortura. Una condizione che porta all’involuzione dell’umanità, e impedisce una rilettura critica di quel che si è fatto, fino a giustificarlo». «Molti - spiega - pensano che il male che subiscono sia superiore a quello commesso».