San Vittore, droga e cellulari ai detenuti

Davanti al giudice l’uomo confessa. Ora è caccia ai complici: lui infatti non aveva contatti diretti con i reclusi

Una telefonata anonima incastra un agente penitenziario in servizio a San Vittore. E apre uno squarcio di luce su un fenomeno che, in aula, la mattina dopo, il pubblico ministero Marcello Musso definisce «devastante»: quello dei telefoni cellulari che vengono introdotti nel carcere milanese, consentendo a detenuti di ogni genere di comunicare con l’esterno e mettendoli così in grado di continuare, anche dietro le mura di piazza Filangieri, la loro attività. A portare i telefoni in carcere sono secondini che si mettono al servizio dei detenuti. Uno di loro viene arrestato dai Ros mercoledì pomeriggio, in flagrante, mentre si prepara a recapitare a un detenuto un cellulare completo di scheda sim insieme a cinque stecche di hashish. Insieme ai cellulari, infatti, entra in carcere anche la droga. E anche in questo caso a fare da corrieri, secondo l’inchiesta della Procura, sono agenti della polizia penitenziaria.
L’arresto dell’agente Maurizio Mauriello, 41 anni, avviene con ritmi da film. Alle 17 di martedì alla portineria di San Vittore arriva una telefonata, a parlare è una donna: «Vi segnalo che due agenti portano dentro la roba. Si chiamano Maurizio e Franco, Maurizio abita a Settimo Milanese». Parte l’inchiesta interna, di agenti «Franco» ce ne sono tanti ma l’unico Maurizio che abita a Settimo è Miriello. Il giorno dopo Miriello viene pedinato dai carabinieri del Ros, alle due esce dal carcere, entra da Blockbuster, in viale Papiniano, e incontra una biondona da un metro e ottanta che gli passa un pacchetto.
Appena i due si separano, l’agente viene bloccato dai carabinieri, nel pacchetto ci sono la droga, un Samsung nuovo e una scheda Vodafone prepagata. Viene fermata anche la donna: si chiama Cristina Andreani, è appena uscita dal carcere dove ha incontrato il suo uomo, un detenuto. Insieme all’hashish e al telefonino, mandava al detenuto un biglietto assai tenero: «Con tantissimo amore e con tutto il mio cuore, anima e corpo, tua bimba». Interrogato, l’agente Miriello confessa: dovevo portare il telefono al detenuto. Della presenza della droga dice di non sapere nulla. Ma ieri il giudice Paolo Arbasino conferma l’arresto dell’agente. Miriello viene portato in carcere, stavolta come detenuto. Chiede per piacere di non essere messo a San Vittore.
Potrebbe sembrare un singolo episodio casuale, ma non è così, e per almeno quattro motivi. 1) C’è da scoprire chi è «Franco», l’altro agente indicato nella millimetrica telefonata anonima. 2) Bisogna capire a chi erano destinate le altre schede sim trovate nell’armadietto di Miriello. 3) Bisogna individuare i complici che tenevano i contatti con i detenuti, visto che Miriello lavora nel magazzino di San Vittore e quindi non è a contatto diretto con i reclusi. 4) Si dovrebbe spiegare come mai a intervenire non sono i carabinieri di zona ma quelli del Ros, il reparto speciale dell’Arma, che raramente si occupa di vicende «minori». E che invece potrebbe tenere d’occhio da tempo l’andirivieni di cellulari che ha trasformato San Vittore in un carcere molto aperto ai contatti con l’esterno.