"San Vittore, in otto nelle celle da tre: è tortura"

Denuncia choc del presidente della Corte d’Appello sul sovraffollamento del carcere: «La situazione è irrecuperabile
Serve un istituto moderno che consenta ai detenuti di vivere degnamente. La cittadella della giustizia è la soluzione»

Alla fine la parola che parlando di San Vittore nessuno voleva pronunciare è arrivata dalla fonte più autorevole: tortura, dice Giuseppe Grechi, presidente della Corte d’appello. «San Vittore è un caso di tortura a pochi passi dal Duomo», dice ieri l’alto magistrato davanti all’assemblea dei penalisti milanesi. Grechi non ha in mente la tortura di Abu Graib o del gulag, ovviamente. Ma ritiene che quello che ha visto nel carcere di piazza Filangieri, otto uomini stipati in celle per tre, costretti a fare i turni per alzarsi in piedi, muovere un passo, allargare le braccia, sia talmente indegno di un paese civile da meritarsi il nome di tortura. E che comunque non possa essere più tollerato. Poco cambia che, come precisa più tardi Grechi, si trattasse di una sorta di autocitazione: «Di tortura avevo parlato mesi fa, prima che il ministro facesse partire un piano di svuotamento del carcere milanese». I dati dicono che oggi, 28 gennaio, San Vittore è un carnaio tale quale all’estate scorsa. 1296 detenuti, che salgono a 1476 con donne e malati. Due raggi, il secondo e il quarto, sono chiusi perché ormai irrecuperabili. Al terzo e al quinto si vivacchia. Il sesto è un posto dove gli animalisti non permetterebbero di custodire le mucche o i maiali, e dove invece stanno esseri umani. «Ho voluto ricordare la situazione - dice Grechi - perché so che alcuni avvocati non sono contenti dell’idea di spostare San Vittore a Porto di Mare, perché sarebbe più scomodo da raggiungere. Mi dispiace per loro, ma il nuovo carcere è l’unico modo per riportare la situazione a livelli tollerabili. San Vittore, lì dove si trova oggi, è irrecuperabile». La soluzione è dunque quella di cui si fa un gran parlare da più di un anno, la nuova cittadella della Giustizia che dovrebbe sorgere tra Rogoredo e il Corvetto inglobando carcere e uffici giudiziari. Costo approssimato, un miliardo. Passi concreti, zero. Tanto che ormai in tribunale si sono convinti - dopo avere sollevato il tema anche col ministro della Giustizia Alfano - che l’unica speranza concreta sia agganciare la Cittadella al piano Expo 2015: «Come possiamo presentarci al mondo con un orrore come San Vittore nel cuore della città?». Ma nel frattempo, come si fa a evitare che San Vittore esploda umanamente e sanitariamente? Sabato prossimo, allegata alla relazione di Grechi che aprirà l’anno giudiziario, ci sarà la relazione di Luigi Pagano, a lungo direttore della «Casanza» milanese, oggi provveditore regionale alle carceri. Sarà il ritratto di un carcere diventato un enorme Cpt, un centro di accoglienza dove gli italiani non superano il 25 per cento dei detenuti, dove si mischiano novanta lingue diverse, dove la gente viene e va a ritmi forsennati - ogni giorno cinquanta o sessanta nuovi arrivi - che rendono impossibile il trattamento rieducativo. Le misure tampone sono arrivate. Stanno andando via i «protetti», i detenuti odiati anche dagli altri, perché pentiti o violentatori. Andranno via appena possibile quelli già condannati in primo grado. In qualche modo si cercherà di scendere a «quota 1000», il numero di detenuti che consentirebbe di riportare la condizione detentiva a livelli vagamente costituzionali. Nel frattempo si cercherà di stare a galla in qualche modo: come si è fatto nei giorni della nevicata, portando qualche decina di detenuti a spalare (e a guadagnarsi qualche soldo) nelle strade cittadine, un esperimento che ci cerca di rendere stabile con l’Agenzia del Lavoro che viene presentata oggi in carcere. Ma tutti sanno che si tratta di palliativi, e che neanche il carcere di Porto di Mare - come già accaduto con l’apertura di Opera e di Bollate - garantirebbe la chiusura del carcere. La realtà è che migliaia di apolidi che nessun paese al mondo è disposto a riprendersi gravitano su Milano, e che sono pronti - per scelta o per necessità - a delinquere. Per quanto grandi siano le carceri milanesi, si troveranno sempre uomini per riempirle. Cerchiamo di fare sì - è ieri il messaggio del presidente Grechi - che questo avvenga almeno con un minimo di civiltà.