San Vittore, scontro tra le gang straniere

I pochi italiani rimasti nella prigione faticano a farsi rispettare. Nel carcere ora comandano gli immigrati. Due detenuti su tre vengono da fuori. E fra marocchini e albanesi è guerra aperta

San Vittore, le due di un pomeriggio qualsiasi. Sesto raggio. Un viavai di facce, detenuti, dialetti. E un solo italiano. Mezza età, i capelli arruffati, sta fermo davanti a una cella, in mano una domandina, una delle mille pratiche burocratiche che scandiscono la vita in carcere. Come si vive, in galera, in minoranza? Il detenuto sta per rispondere. Forse vorrebbe dire che è dura. O forse direbbe che un uomo vale l’altro, perché la galera in qualche modo unisce, e che tra gli stranieri come tra i nostri ci sono i buoni, i rompiscatole, i prepotenti. Ma la vicedirettrice che passa di lì lo zittisce. I detenuti non possono parlare con i giornalisti. E anche questo, in fondo, è un segno dei tempi non facili che vive il vecchio carcere.
Nella Milano multietnica, oggi San Vittore è l’unico quartiere dove il rapporto si è invertito, si è superato lo spartiacque: più stranieri che italiani. La gente entra ed esce in continuazione, così il rapporto oscilla: un giorno tre stranieri su quattro, un giorno due su tre. Ma sempre, e comunque, la maggioranza non parla italiano. Così la vita nel microcosmo di San Vittore cambia, velocemente, ed è un cambiamento senza ritorno, dove una breve, frettolosa visita nei raggi è sufficiente per capire che non si può essere ottimisti per almeno tre motivi. Il primo: la grande maggioranza è fatta di detenuti non «professionali», gente che non è esperta di carcere, non sa come viverlo (non sa, per esempio, che l'igiene è fondamentale per sopravvivere, e i vecchi detenuti italiani passavano il tempo a fare pulizie) e questo scatena tensioni che non si erano mai viste. Il secondo: la mutazione avviene in una situazione ambientale ormai oltre i limiti della ragionevolezza e del rispetto umano, dove il sovraffollamento di alcuni settori del carcere (segnatamente il sesto raggio) è a livelli letteralmente da terzo mondo. L’ultimo: una stretta repressiva che viaggia più veloce della costruzione di nuove carceri è destinata inevitabilmente a peggiorare ulteriormente la situazione.
A fare da guida è una giovane donna, si chiama Manuela Federico, calabrese. Fino a due anni fa faceva l’avvocato, poi ha scelto il concorso per la polizia penitenziaria ed oggi è vicecomandante del carcere. Non ha ancora addosso la scorza, l’inevitabile durezza dei veterani. Così quando passa davanti alle celle è un coro di «dottoressa domandina», con ognuno che le vuole chiedere qualcosa, sventolando l’inevitabile modulo. Gli stranieri lo imparano in fretta, il gergo del carcere.
Quando questo era un carcere italiano, c’era una sorta di divisione regionale: i siciliani al terzo raggio, i calabresi al quarto. San Vittore era reso tranquillo dalla pax mafiosa che dettava le regole. Qualche scazzottata, ogni tanto, ci scappava. Ma l’accordo tra clan - lo stesso accordo che spartiva strade e affari nella Milano fuori - garantiva il buon andamento della vita carceraria. Oggi tutto questo non esiste più. I malavitosi di lungo corso sono tutti reclusi altrove: a Opera - come Salvatore Riina e Renato Vallanzasca - a Bollate, in giro per l’Italia. A San Vittore gli italiani devono volare basso. E la partita per decidere chi comanda in carcere è ancora tutta aperta. Con la conseguenza che, ogni tanto, la violenza esplode. «L’altro giorno - racconta un avvocato - dovevo incontrare in carcere un mio cliente ma non mi hanno nemmeno fatto entrare perché dentro stava accadendo l’iradiddio».
I gruppi etnici più numerosi sono, nell’ordine, marocchini, romeni e albanesi. I romeni si fanno abbastanza gli affari loro, così ad affrontarsi sono gli albanesi e i marocchini. «Presi singolarmente - racconta Manuela Federico - magari vanno anche d’accordo. Ma quando fanno gruppo scatta la contrapposizione». Impossibile tenerli separati in raggi diversi: l’andirivieni continuo, con trenta entrate al giorno, rende già abbastanza difficile trovare un letto per tutti. Al massimo si può cercare di raggrupparli per cella. Ma le celle ogni tanto si devono aprire. Ed è lì che arrivano i guai.
Tutti, a San Vittore, sanno che andrà sempre peggio. Il carcere cerca in qualche modo di sopravvivere creando delle isole di vivibilità: i corsi di italiano o di computer, la «nave» che è un settore dove si va solo a richiesta e con patti chiari, rispetto delle regole in cambio di spazi di socialità. Ma il resto è un disastro. Gli islamici in questo disastro fanno proselitismo con facilità, eleggono i loro imam a rotazione, pregano, predicano. Il carcere, visto dall’interno, sembra cadere letteralmente a pezzi. I soldi per aggiustarlo non ci sono. Al terzo piano del sesto raggio ci sono uomini pigiati come animali, tripli letti a castello, sei corpi dove ci sarebbe spazio per uno, e ci si domanda come facciano a non ammazzarsi. Le docce allagano i bagni, i cessi si intasano, l’odore invade i corridoi. Rieducazione e recupero, in queste condizioni, sono parole vuote di significato.