«Sana laicità contrapposta al laicismo»

Nonostante la solidarietà pressoché unanime che monsignor Bagnasco ha ricevuto a seguito della scritta offensiva apparsa sulla porta della cattedrale di Genova, resta il fatto che le parole pronunciate lo scorso venerdì dal nostro arcivescovo segnano come uno spartiacque culturale, un punto che delimita il confine tra la «sana laicità» di cui parla il Papa Benedetto XVI e il laicismo dominante nella grande stampa e nella vulgata politicamente corretta. L'insulto al nuovo presidente della Conferenza Episcopale Italiana è, in questo senso, solo la punta dell'iceberg di un sentimento ostile che circonda il monsignore sin dalla sua nomina ad arcivescovo di Genova, dovuto principalmente al fatto che egli è stato ordinario militare negli anni di Nassiriya e della missione italiana in Iraq; un sentimento ora amplificato dalla scelta del pontefice di conferirgli la guida della Chiesa italiana dopo i 16 anni ruiniani e, soprattutto, dalla netta presa di posizione sul riconoscimento giuridico delle coppie di fatto. E - si badi - il punto più alto in cui trova spazio questa ostilità non è solo quello rappresentato dalla sinistra antagonista e dal radicalismo benpensante, ma anche e soprattutto quello del cosiddetto «cattolicesimo democratico», il cattolicesimo di sinistra che vede come fumo negli occhi una gerarchia ecclesiale che prende posizione sulle vicende che riguardano il bene comune e i fondamenti dell'azione politica.
Dopo la pubblicazione della Nota sul riconoscimento giuridico delle convivenze, molti di questi «cattolici democratici» (il termine designava in origine quei credenti che, in opposizione alla gerarchia vaticana, si schierarono a favore del divorzio) hanno cercato di intravedere in essa quasi una rottura tra la linea portata avanti dal cardinal Camillo Ruini e quella di monsignor Bagnasco; hanno parlato di una «svolta pastorale» del nuovo presidente della Cei in antitesi al presunto «politicismo» del suo predecessore. Bastava leggere con attenzione la Nota per capire che le cose non stavano in questi termini e che Bagnasco restava sostanzialmente fedele alla grande eredità lasciatagli dal cardinal Ruini. Ma tant'è… Ci volevano le parole pronunciate dall'arcivescovo per far comprendere agli anti-ruiniani che non c'è «trippa per gatti», che cioè monsignor Angelo non interpreta la sua missione come una sorta di sconfessione delle scelte operate da Ruini e che, al contrario, egli cerca di far germogliare nella Chiesa italiana la semina abbondante del cardinal vicario. Su un punto, soprattutto, Bagnasco si rivela in continuità col predecessore alla guida della Cei e in sintonia con la proposta di Papa Benedetto XVI: nel momento in cui afferma che «quando si perde la concezione corretta auto-trascendente della persona umana non vi è più un criterio per valutare il bene e il male» e che «quando il criterio dominante è l'opinione pubblica o le maggioranze vestite di democrazia, che possono diventare antidemocratiche o violente, allora è difficile dire dei no», l'arcivescovo di Genova fa suo il grande tema del corretto uso della ragione sintetizzato mirabilmente da Papa Ratzinger nella lectio magistralis di Ratisbona.