Sanatoria del Tar per le colf clandestine

Il diktat della Corte di giustizia europea, che ha tolto all’Italia la possibilità di arrestare i clandestini che non abbandonano il paese, continua a fare sentire i suoi effetti. Dopo le scarcerazioni in massa di stranieri irregolari - che due settimane fa videro la Procura della Repubblica spalancare le porte di San Vittore e Bollate a oltre duecento detenuti - adesso anche il Tar della Lombardia si allinea. E vara di fatto una sanatoria anche per il lavoro nero cui i clandestini sono adibiti.
Il tema che la seconda sezione del Tribunale amministrativo - presieduta da Angelo De Zotti - ha dovuto affrontare è solo apparentemente tecnico. La legge italiana del 2009 prevedeva la possibilità di regolarizzare i dipendenti «in nero» utilizzati come colf o badanti. Ma per poter utilizzare la cosiddetta «emersione» - in realtà una forma di sanatoria - la legge poneva una condizione: che lo straniero non avesse nel frattempo commesso reati. Il criterio era chiaro: evitare che la legge approvata per regolarizzare le badanti, venisse trasformata in una sanatoria per clandestini con i conti in sospeso con la giustizia.
Tra i reati che impedivano la regolarizzazione, c’era anche quello di clandestinità, introdotto in Italia nel 2002. Chi, dopo avere ricevuto l’ordine di espulsione, si ostinava a restare sul territorio italiano poteva venire arrestato e vedersi infliggere fino a cinque anni di carcere. Un effetto collaterale era l’impossibilità per questa categoria di clandestini recidivi di utilizzare la sanatoria.
Alla fine di aprile, però, quel reato è stato praticamente polverizzato dalla Corte di Lussemburgo, che lo ha ritenuto incompatibile con i diritti umani dei migranti. E ora, il Tar della Lombardia ne tra le conseguenze anche per quanto riguarda i permessi di soggiorno e di lavoro. La decisione dei giudici di via Corridoni arriva sul ricorso di Ahmed Abdel Sadek, un immigrato che un signore di Como, Giancarlo R., nel 2009 aveva chiesto di regolarizzare come collaboratore familiare. Ma nel 2010 il prefetto di Como aveva respinto la richiesta di sanatoria perché nel frattempo Sadek era stato arrestato e condannato per non avere rispettato l’ordine di espulsione.
Ora il Tar riconosce il diritto del clandestino a un lavoro regolare: «decisiva - si legge nella sentenza - appare anche la decisione della Corte di giustizia dell’Unione Europea del 28 aprile 2011, che dopo aver richiamato il principio di proporzionalità ed efficacia nell’uso delle misure coercitive, ha affermato che “gli Stati membri non possono introdurre, al fine di ovviare all’insuccesso delle misure coercitive adottate per procedere all’allontanamento coattivo una pena detentiva, solo perché un cittadino di un paese terzo, dopo che gli è stato notificato un ordine di lasciare il territorio di uno Stato membro e che il termine impartito con tale ordine è scaduto, permane in maniera irregolare nel territorio nazionale. Essi devono, invece, continuare ad adoperarsi per dare esecuzione alla decisione di rimpatrio, che continua a produrre i suoi effetti». L’espulsione, insomma, resta valida. Ma fin quando non verrà imbarcato su un aereo, Sadek ha il diritto di lavorare.