Sanchez bacchetta l’Italia: «Non insegnate più tennis»

L’ex campione spagnolo ha fondato una scuola a Cordenons: «I risultati vengono con anni di lavoro, voi li volete subito». E sulla sfida di Davis critica la Fit: «Sbagliato lasciar fuori Volandri»

Davide Tieghi

Signori, ci siamo. La tanto attesa sfida di Coppa Davis tra Italia e Spagna sta per accendere i riflettori sui campi dello Sporting Club Oplonti di Torre del Greco. Chi seguirà il match da spettatore doppiamente interessato sarà Emilio Sanchez, sbarcato in Italia da quasi un anno, per dar vita a una nuova università del tennis. Dopo l’ottimo lavoro svolto a Barcellona, Emilio ha inaugurato lo scorso ottobre a Cordenons (Pordenone), presso l’Eurosporting, la versione italiana dell’Academia Sanchez-Casal. È una struttura polivalente, costruita su un’area di 163.000 mq di cui 6.800 al coperto.
Emilio, per l’Italia le speranze di ritornare in serie A sono ridotte al lumicino?
«La Coppa Davis è una competizione particolare, dove i giocatori a volte si trasformano. In questo caso non chiedetemi pronostici, scontenterei mia moglie che è italiana».
Avrebbe rinunciato anche lei a impiegare Filippo Volandri, il numero uno azzurro?
«Certo avrei almeno tentato di trovare una soluzione. Volandri è uno dei giocatori più forti del circuito sul rosso, la sua sarà un’assenza molto pesante per l’Italia».
Se poi aggiungiamo la scelta della superficie...
«Per la Spagna sarà un vantaggio. Per i giocatori spagnoli il legame con la terra battuta è unico».
Chi glielo ha fatto fare di venire nel nostro Paese, in uno dei momenti meno brillanti del tennis azzurro: solo l’amore per sua moglie?
«Era il progetto che ci interessava. Lavorare in un Paese come l’Italia, molto simile al nostro; è l'occasione per sperimentare un certo tipo di lavoro fuori dai confini spagnoli. Una sfida intrigante. Da noi venivano molti ragazzini dall’Italia, ma per periodi molto brevi, per cui non avevamo il tempo necessario per fare un certo tipo di percorso. Conoscendo quali sono le difficoltà di ambientamento del ragazzino italiano in un altro paese, abbiamo pensato che, se avessimo trovato una struttura in Italia che rispondeva alle nostre esigenze, avremmo potuto cercare di eliminare questa problematica. I risultati si potranno vedere tra un paio d’anni: il nostro è un investimento a lungo termine».
I numeri sono impietosi: la Spagna ha 12 giocatori tra i primi 100 del ranking, l’Italia solo Volandri, Sanguinetti, Seppi e Bracciali. Cosa c’è che non va?
«In Italia il metodo di lavoro è troppo individualista. Nella vita, come nel tennis, hai bisogno degli specchi, ovvero di confrontarti con la gente che gioca meglio di te. Se giochi con gente brava batti gente brava, se giochi con gente scarsa perdi con gente scarsa. In Spagna non abbiamo paura che i nostri bambini vadano negli altri circoli o con altri allenatori, al contrario dell’Italia dove non li lasciano uscire dal proprio "territorio". Così non si cresce».
Qualche tempo fa lei affermava che: «Quando guardi la tv e vedi giocare un tennista spagnolo, ti rendi subito conto da dove proviene: è una specie di marchio di fabbrica». Più precisamente?
«È semplicemente il modo con cui il giocatore si posiziona dietro la palla per colpirla. Il nostro metodo di lavoro è basato sulla costruzione di un giocatore forte su tutte le parti del campo, cosa che altre scuole non prediligono: si preferisce vincere subito senza guardare al domani».
Quali sono le differenze tra il vostro e il nostro tipo di insegnamento?
«La scuola italiana, all’epoca di Belardinelli, era riconoscibilissima e quasi tutti i giocatori avevano lo stesso stile, ma dopo ci sono stati troppi cambiamenti che hanno creato molta confusione senza produrre risultati. Non c’è un modello italiano; se vedi un giocatore italiano adesso, non sai se è italiano, svedese o spagnolo».
Da qualche tempo, fra le vostre allieve di Barcellona, c’è anche la nostra Flavia Pennetta che sta cominciando a mettere a frutto i vostri insegnamenti. Con quali prospettive?
«Flavia si è affidata a uno dei migliori tecnici di Spagna, Gabriel Urpi, che ha portato Arantxa Sanchez Vicario (la sorella di Emilio, ndr) al primo posto del ranking mondiale. Gabriel ha una grossa esperienza nel tennis femminile. La Pennetta è un talento, dipenderà tutto da lei».
La Spagna ha vinto la Coppa Davis con il contributo di Rafael Nadal: 18 anni, 6 mesi e due giorni alla data del trionfo!
«La Spagna sta solo raccogliendo il frutto del lavoro di alcuni anni. Mai avere fretta. E voi ne avete troppa».