La Sandrelli cattura il Leone alla carriera

Cinzia Romani

Una casa editrice esigente, quasi in odore di spocchia, (l’Adelphi) di recente l’ha messa in copertina, a illustrare La bella di Lodi di Alberto Arbasino, enfant terrible anni Sessanta come lei. Nella posa svagata della ninfetta sui tacchi Chanel, la gran frangia abboffata cui segue il broncio delle seduttrici nate, Stefania Sandrelli non è soltanto la bella di Lodi, o la bella di Viareggio, città che l’ha vista nascere nel 1946. È la bella di casa, come si dice a Roma, sua vera casa a partire dai propri quindici anni piccanti, notati subito nel 1961, quando esordì con Gioventù di notte di Mario Sequi. Poi, i registi (da Salce a Germi, che l’anno dopo la scelse per Divorzio all’italiana) avrebbero fatto a gara nel richiedere questa stellina, ora star consacrata dal Leone d’oro alla carriera, che riceverà alla Mostra di Venezia il 10 settembre prossimo.
«Siamo contenti , ma per ora non rilasciamo dichiarazioni» dice al telefono dall’Argentario Giovanni Soldati, il marito dell’attrice. Unica frase strappatale dalle agenzie: «È un bellissimo regalo, spero di essermelo meritata. Ringrazio tutte le persone che ho incontrato e che hanno partecipato a dare forma alla mia carriera». Protettivo, come dev’essere nell’età matura il compagno d’una donna per la quale in molti hanno perso la testa (occorre citare quel colpo di pistola al cuore che si sparò Gino Paoli, per lei autore di Sapore di sale?). E lei, «la» Sandrelli, che nell’immaginario dei maschi italiani sopra i quaranta si aggira, per l’eternità, in bikini di stoffa a quadretti bianchi e rossi, tagliato e cucito dalla mamma, comunque piace a tutti. Anche alle donne, che in lei ammirano la fresca naturalezza nel fare, prima la mamma nubile di Amanda, data alla luce nel 1964, mentre l’Italia bacchettona del boom di cartapesta detestava le ragazze madri (di quegli anni il linciaggio morale verso «la tigre di Cremona», Mina, pure genitrice single) e poi la nonna dei nipotini avuti nel corso d’un tempo galantuomo, con l’unica nostra star simpatica un po’ a tutti.
Sarà il buchetto sul mento, che la fa bambina pure se indossa la taglia comoda; sarà lo sguardo da malandrina delusa, sfoggiato nel bel film di Pietrangeli Io la conoscevo bene (1965), quando si trattò d’essere la «stellina» bruciata dall’ambiente del cinema (poi, dal tubo catodico desertificato sarebbero piovute veline come cavallette), ma la Sandrelli è un mito italiano. E cavalca la tigre d’una desolante assenza di miti. Marco Müller, direttore della Mostra, giustamente ricorre a questa pantera grigia, che vediamo sempre più spesso in tivù (nella serie del Maresciallo Rocca). «Stefania Sandrelli è la musa del cinema sexy-intellettuale e continua a essere il baricentro dei debutti e dei film importanti dei giovani registi» conferma Müller, che da intellettuale apprezza le grazie femminili, quando hanno «fatto il ’68».
E la sedotta e abbandonata, dal titolo del notevole lavoro di Germi datato 1964, l’ha fatto, il mitico anno che innalzò un monumento alla gioventù (lei, in effetti, pare sempre giovane... ). Buona professionista, nel 1968 ha interpretato con diligenza L’amante di Gramigna di Carlo Lizzani e Partner di Bernardo Bertolucci, che poi la rivolle per Il conformista e per il suo capolavoro, Novecento, dov’era Anita, in estasi sotto i baci del giovane Depardieu.
Dobbiamo dire che la signora Soldati, già Pende (ex moglie di Vito, medico di nome) sta alle italiane come Alberto Sordi è stato agli italiani? Diciamolo: non si vince un Leone alla carriera solo perché qualcuno fa il tuo nome. Bisogna essere icone e l’attrice, rilanciata nel 1983 da Tinto Brass con La chiave, quando le sue grazie non più acerbe, ma nel fiore della stagionatura, furono apprezzate di nuovo, icona lo è. Infatti è passata indenne, col suo passo da gatta pigra, per film impegnati come La terrazza (1980) - dov’era l’amante d’un burocrate rosso (vinse il Nastro d’argento come migliore attrice non protagonista) - e C’eravamo tanto amati (1974), dove fu uno schianto di ragazza che fa litigare partigiani e fascisti (entrambi film di Ettore Scola, maestro dell’engagement). Senza perdere smalto.