SANDRO GAMBA Il coach di via Washington che ha rivoluzionato il basket

Grande giocatore e grande allenatore: in Usa lo hanno ammesso nella «All fame» di Springfield

Non basta sapere, si deve anche applicare; non è abbastanza volere, si deve anche fare. Sandro Gamba, milanese nato in via Washington, 75 anni il 3 giugno, buonissimo giocatore di basket, grande allenatore di pallacanestro, scudetti e medaglie, ha vissuto sempre così. Vita bella, vita agra, nella povertà e nella ricchezza, la voglia di battersi sempre, rivoluzionario abbastanza per dare ascolto al saggio che gli diceva: se vuoi davvero conoscere te stesso salta sul primo tram che passa. Spartaco nella rivoluzione tecnica di uno sport importato dagli americani. Da via Washington, la grande strada che da piazza Piemonte porta verso piazza Napoli, alla Casa della Gloria di Springfield dove lo aspettavano sulla porta Dino Meneghin, giocatore che gli ha dato braccia e cuore, vittorie quando lo allenava e sconfitte quando lo affrontava da avversario, e Cesare Rubini, il grande guru triestino che lo ha portato oltre i suoi sogni, mai, però, nel vero sogno, quello di allenare Milano.
Tutto questo lo trovate più o meno fra le righe del libro di Flavio Suardi (edito da Meiattini, euro 17.50), la storia di un ragazzo che voleva emulare Fausto Coppi, che amava il ciclismo, giocava discretamente al calcio e tifava Milan, ma che il 25 aprile del 1945, proprio davanti a casa sua in via Washington dove i ragazzi giocavano anche in una giornata tremenda come quella, durante uno scontro fra partigiani e tedeschi, quando due proiettili vaganti gli spappolarono la mano destra, scoprì il dolore, la paura dell'amputazione, si rese conto che era già ora di battersi con il destino.
Il padre che si ribella al chirurgo, la rieducazione tormentando una pallina da tennis per ridare vita a quella mano, la scoperta casuale di uno sport nuovo proprio sul campo del dopolavoro Borletti che era proprio lì, nella via dove era nato, l'area dove oggi c'è il Moto club. Casi della vita, ma se non salti sul primo tram non puoi conoscere bene te stesso. Ci vuole fortuna, devi incontrare la gente giusta e per lui fu proprio così perché quel magrolino longilineo, con le gambe forti e la faccia da capo indiano, suscitò la curiosità di Mario Borella, impiegato di banca, ma, soprattutto, grande maestro di sport e di basket: decise che, anche soltanto con la mano sinistra, poteva battersi, tirare, passare. Era un genio nell'insegnare i fondamentali, uno che ha fatto così tanto per il basket giovanile milanese che adesso per fargli dedicare il campetto all'aperto davanti alla casa dove abitava si deve lottare fra i brontosauri della burocrazia che non capiscono. Sandro Gamba, invece, non lo ha dimenticato e nel libro ci ricorda un uomo che ha insegnato a vivere a tante generazioni di cestisti milanesi.
La vita del nostro Spartaco comincia sulla terra e finisce nella gloria di Springfield. Tormenti nella crescita, nella scuola tecnica del Feltrinelli dove il disegno è la sua arte e la sua passione, ma è il basket che gli indica la scorciatoia, pur essendo quelli tempi da dilettantismo in terza classe e addio scuola, sfidando la tristezza paterna, se vuole davvero entrare nella squadra della Borletti, l'azienda di macchine da cucire dei punti perfetti che si trova in via Washington dove adesso c'è un supermercato, posto di lavoro come disegnatore nel reparto cruscotti, quello della 600 ad esempio, e posto in squadra, nella prima grande società italiana inventata dal genio di Adolfo Bogoncelli, resa famosa dall'arte di Cesare Rubini, caimano del campo come pallanotista e campione olimpico, ma anche cestista da combattimento che poi diventerà allenatore principe.
Decide che quella è la sua vita e non lo fermano più: dal 1951 è uno delle scarpette rosse. Vince 8 scudetti, si guadagna un posto per la Nazionale che alle Olimpiadi romane del 1960 arriva al quarto posto. Anche per quel sogno deve pagare in termini fisici. Lesione ad un ginocchio. Rieducazione tormentata, paura, rischio, gioia. Quando Bogoncelli sceglie come abbinamento il marchio Simmenthal perde il lavoro alla Borletti, ma diventa rappresentante per le scatolette della rivoluzione alimentare italiana. Altro incidente al ginocchio, altri tormenti fino a quando decide che ha voglia d'insegnare. Assistente di Rubini, dedizione al lavoro, altri scudetti e prima coppa Europa italiana nel 1966, ultimo titolo nel 1972. Non legge romanzi, studia sempre, per il suo mondo sembra l'erede designato del Principe perché lui dirige allenamenti, prepara l'organizzazione del gioco. Qui, però, qualcosa succede perché il Simmenthal chiude l'abbinamento, la società cambia tante cose e per Gamba non c'è la panchina tanto sognata e meritata. Un errore grande, un dolore forte. Lo prende la grande rivale di Varese e da quel giorno strade separate. Si ritrova con Rubini come dirigente nella nazionale che nel 1980 porta all'argento di Mosca e poi all'europeo '83 di Nantes.
Il basket gli ha dato tanto, ma resta in lui il tormento di quella scelta mai arrivata e non certo perché, come diceva spesso, era flessibile come una putrella, uomo tutto di un pezzo. Misteri gloriosi che ora sono anche argomento del suo lavoro al centro di psicologia dello sport che dirige a Milano con Marisa Muzio. Un gigante con Milano sempre nel cuore e alle partite dell'Armani, che segue come critico di un giornale, soffre come nei tempi in cui avrebbe voluto davvero averla quella panchina.