"Il sangue dei vinti" promosso. Il pubblico cerca la storia vera

Successo della fiction tratta dal libro di Pansa, che commenta: "In Rai è caduto un muro: la lettura ideologica di sinistra"

E quando la televisione si mette a raccontare la storia, non è mica detto che sia sempre flop. La battaglia del 6 e 7 dicembre è stata dura, ma Il sangue dei vinti, sfidando il primo anticipo di feste e la voglia di evasione del pubblico, ha conquistato comunque uno spazio di tutto rispetto. La discussa fiction ispirata all'altrettanto discusso romanzo storico di Giampaolo Pansa ha registrato - nelle due serate su Raiuno - il 20 e il 21% di share, dovendosi misurare lunedì sera persino con un rivale come il Grande fratello. Da una parte i tormenti e le gelosie di Massimo Scattarella e della sua tatuata Veronica, i confessionali e i pianti da show dei «ragazzi della Casa», dall'altra la tragica storia di una famiglia italiana divisa dalle passioni ideologiche della guerra civile, negli anni dal 1943 all'immediato dopoguerra. Eppure, 5.281.000 spettatori (e poco meno la sera prima) hanno scelto la fiction diretta da Michele Soavi, e non si dica che a dati del genere si può fare spallucce: la qualità e il racconto talvolta pagano, e la cosa che stupisce di più è proprio che Il sangue dei vinti ci racconta di un passato tormentato, ancora materia di discussione e campo di battaglia intellettuale in un'Italia dove posizioni di rendita e accuse di «revisionismo» (come se la storia non dovesse essere naturaliter revisionista, cioè dedita alla revisione e scoperta di documenti, e all'analisi del punto di vista degli sconfitti) sono all'ordine del giorno. Tra coloro che sorridono per il buon risultato della fiction c'è certamente lui, Giampaolo Pansa, autore dell'omonimo romanzo bestseller (oltre un milione di copie): «Ho visto il film due o tre volte e mi era piaciuto - ha spiegato il giornalista scrittore - ma i tempi più dilatati della fiction e l'impegno del regista Michele Soavi, che ha la mano giusta per questo tipo di trasposizione, hanno restituito tutta intatta l'atmosfera terribile degli anni della guerra civile». Pansa applaude anche la prova degli interpreti, a cominciare da Michele Placido nel ruolo del Commissario Dogliani: «Ha ben reso il punto di vista della maggioranza degli italiani, che in quel tempo non stavano né con i partigiani né con i fascisti: quella parte del Paese che ha ben descritto Renzo De Felice, terrorizzata dalla violenza estrema delle contrapposte fazioni». E con un po’ di enfasi, Pansa aggiunge: «Tutti insieme abbiamo rotto una specie di Muro di Berlino. In Rai non si era abituati, almeno a mia memoria, a questo tipo di racconti: anche quando ci sono stati film o fiction sulla guerra civile, hanno sempre dipinto i partigiani come angeli e i fascisti come satanassi. Il tentativo è stato invece far capire, come ho fatto anche in altri miei libri, che la guerra civile tramuta tutti in bestie». Ovviamente, c'è chi non gradirà, e tra costoro alcuni illustri colleghi che a Pansa non hanno perdonato due cose: il voler riportare a galla sanguinosi capitoli della nostra storia (gli aspetti criminosi di una parte della Resistenza, e le lotte intestine nelle sue file) e, naturalmente, il successo letterario riscosso. In Rai, va da sé, ci si strofina le mani: «L'ottimo risultato di ascolti - ha commentato il dg Mauro Masi - è un'ulteriore dimostrazione che i temi e i contenuti trattati dalle produzioni Rai sanno incontrare sempre di più l'interesse del pubblico. Anche trattando anche temi difficili». Perché proprio qui sta il punto: il pubblico generalista sceglie la qualità, quando se la ritrova servita anche in prima serata, ed è incuriosito da interpretazioni lontane dalla vulgata storica per decenni considerata intoccabile, e trasformata in una sorta di immaginetta sacra dalla sinistra. Basti pensare alle fiction del recente passato (anno 2005), sempre su Raiuno, come Cefalonia (interpretata da Luca Zingaretti) e Il cuore nel pozzo (protagonista Beppe Fiorello). La prima, diretta da Riccardo Milani, dedicata ai soldati italiani massacrati sull'isola greca dagli ex alleati tedeschi all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre, conquistò sette milioni di spettatori. La seconda, diretta da Alberto Negrin, incentrata sulla tragedia delle foibe in Istria (quando i partigiani titini yugoslavi sul finire del secondo conflitto mondiale realizzarono una vera e propria pulizia etnica ai danni della popolazione italiana) ne totalizzò più di dieci milioni.