«Il sangue dei vinti» si arena alla Rai

Michele Anselmi

da Roma

Si fa? Non si fa? E soprattutto: quando? Com'era facile prevedere, si allungano i tempi della trasposizione sul piccolo schermo di Il sangue dei vinti di Giampaolo Pansa. Libro sacrosanto o improvvido, a seconda dei punti di vista, finito nel tritacarne della battaglia politica contingente invece di essere assunto come una testimonianza di verità. Ancor più coraggiosa perché vergata da un giornalista ulivista, sia pure controcorrente, come Pansa; deciso, non certo «per ingraziarmi il presidente del Consiglio e tutta la borghesia fascistoide italiana», a disseppellire resti, nomi e modalità dei massacri compiuti in nome della Resistenza dopo il 25 aprile 1945. «Libro vergognoso, non revisionista ma falsario», fu una delle accuse provenienti da sinistra. Ma Il sangue dei vinti ha saputo comunque imporsi, vendendo oltre 400mila copie.
Ragionevolmente, su proposta del produttore Alessandro Fracassi, che per tempo aveva acquistato i diritti, la Rai di Flavio Cattaneo decise di dare via libera al progetto di trasformare Il sangue dei vinti in una fiction in due puntate, sul modello di Il cuore nel pozzo, dedicato alle vittime delle foibe titine. Così, sotto la guida del gran capo della fiction Agostino Saccà, si arrivò nel maggio 2005 alla stipula di un accordo di preacquisto. La Rai avrebbe contribuito con circa 4 milioni di euro, i restanti 4 li avrebbe portati il produttore. Sembrava fatta. Tema controverso, successo garantito. Non a caso, presentando Il cuore nel pozzo, lo stesso Saccà aveva voluto rassicurare: «Non siamo seminatori di odio. Ci pagano per unire questo Paese, non per dividerlo pregiudizialmente». Aggiungendo: «Il revisionismo per il revisionismo può diventare una lente ideologica, ma noi non ci siamo fatti risucchiare dalla materia incandescente».
Qualcosa sembra essersi rotto, nel frattempo. Ritardi, ripensamenti, dubbi hanno finito con il dilatare i tempi. A settembre 2005, così fa sapere Saccà riconoscendo l'esistenza di «un contenzioso in atto», Fracassi avrebbe dovuto consegnare la sceneggiatura, in modo da prevedere per fine 2006 la messa in onda. Invece il copione, nella sua prima stesura oggetto di revisione, s'è materializzato solo una decina di giorni fa, dopo una lettera di fuoco nella quale la Rai parlava di «inadempimento», tale «da rendere assai problematico, se non ormai non più possibile, il rispetto del termine essenziale di consegna dell'opera». E però era stato proprio Saccà ad eccepire su una serie di dettagli, a partire dal nome del regista. Scartato Carlo Carlei, quello del primo Padre Pio, si preferiva puntare su Maurizio Zaccaro. Per poi approdare, «di comune accordo», alla scelta di Alberto Negrin, lo stesso di Il cuore nel pozzo e dell'ancora inedito Bartali. Problemi anche sugli sceneggiatori: all'iniziale Corrado Augias si aggiungeva Dardano Sacchetti e, solo in un secondo tempo, Giampaolo Pansa accettava di collaborare al copione.
Tutto normale, ci mancherebbe. Per diventare una fiction coinvolgente e popolare, la cruda contabilità mortuaria del libro necessitava di una rielaborazione in chiave drammaturgica, con l'inserimento di personaggi di fantasia, pur all'interno di un contesto volto a recuperare alcuni degli episodi narrati da Pansa: l'impiccagione del federale Solaro, la fucilazione dei militari raccolti in una caserma di Saluzzo, i processi sommari a Cuneo... Ecco allora l'idea di inventare un giovane commissario di polizia, tal Fabrizio Dogliani, che sul finire della guerra, proveniente da Roma, si ritrova nelle Langhe: testimone attonito, poi sempre più partecipe, fino ad essere inghiottito da quei fatti di sangue. Attori possibili? Daniele Liotti, Alessio Boni, lo stesso Beppe Fiorello, molto caro a Saccà. Per altri ruoli, il gerarca fascista Zanna o la partigiana innamorata Doris, si parla di Giancarlo Giannini e Sabrina Ferilli.
Naturalmente nessuno conferma o smentisce. Il titolare della Media One Spa, Fracassi, preferirebbe proprio non parlare. Riusciamo a strappargli solo queste parole: «Spero che non ci siano le difficoltà di cui le è giunta voce. C'è tanto lavoro fatto, in questi due anni. Negrin mi pare il regista ideale per realizzare un film serio, con un suo indiscutibile spessore. Sono fiducioso». Eppure c'è chi sostiene che allo stop, in parte provocato da reali ritardi, non sarebbero estranei motivi, come dire, di carattere politico-elettorale. Saccà è il primo a saperlo. E del resto, il consigliere Curzi non fu tra i più feroci critici del libro di Pansa?
Michele Anselmi