Il sangue milanese che scacciò il tiranno austriaco

Teste fasciate, maschere di sangue, visi stremati, uniformi lacerate e sporche di fumo e di fango, cigolii di carri e lamenti di feriti: è una ben mesta processione quella che sabato 4 giugno 1859, alle otto di sera, vedono sfilare sotto le loro case i milanesi del borgo di San Pietro in Sala (oggi zona piazza Wagner). Quelle braccia e gambe troncate dalle armi, quei corpi fracassati dai cannoni, quei petti violati dalla lotta sono gli austriaci in ritirata. Sconfitti poche ore prima nella battaglia di Magenta dai francopiemontesi. Fino al giorno prima erano gli odiati oppressori. E molti tra coloro che ora fanno ala a quella laica via crucis ricordano ancora le «atrocità da cannibale» commesse dai bianchi al rientro nella città riconquistata dopo la «gloriosa rivoluzione» ambrosiana del 1848. Ora eccoli ripiegare in un fiume dolente di barelle, portate a mano o in spalla, in uno sfilacciato e interminabile (durerà tutta la notte) corteo che si dirige verso Porta Vercellina. Quegli occhi velati e stanchi confermano che il sogno milanese, la liberazione dal tiranno asburgico, l’indipendenza, l’unità d’Italia, sta diventando realtà. Chi li vede passare è diviso tra il tripudio e l’orrore per quei corpi immondi, tra gioia e umana compassione. Ma la notizia che dilaga in città è solo entusiastico delirio. È la sera di un sabato speciale. Di un anno speciale. Perché molti milanesi speravano, sentivano che il 1859 avrebbe mantenuto le sue promesse. Fatte già il primo gennaio, una bella giornata di sole. Dopo la mezzanotte del 31 dicembre al teatro Carcano la banda, al termine dello spettacolo, comincia a suonare la Bella Gigogin, canzone in apparenza innocua ma dal significato decisamente antiaustriaco. Così le richieste di bis si sprecano. Alle quattro del mattino i poveri musicisti sono sotto le finestre del viceré Massimiliano per quello che avrebbe dovuto essere il consueto omaggio d’inizio anno. Ma questa volta, con le note sopraffatte dai cori della folla, il rito veste i panni dello sberleffo. Qualche settimana dopo, il 29 gennaio, un altro coro sembra confermare che il ’59 sarà l’anno del riscatto. Alla Scala, tempio della lirica e termometro della febbre patriottica, è in scena la Norma. Il teatro è pieno, le bianche uniformi degli austriaci sfilano in platea nelle prime file loro riservate, il comandante Francesco Gyulai e il suo stato maggiore dominano da un palco tutta la sala. Quando sul palcoscenico i druidi intonano l’aria “Guerra, guerra”, la platea insorge, i milanesi scattano in piedi e applaudono, unendosi al coro, circondati da uno sfarfallio di fazzoletti femminili. Gyulai è furente. Si alza, estrae la spada e la batte a terra più volte, subito imitato dai suoi. Poi lascia il Piermarini trasformato in bolgia. Ma, come il teatro, tutta la città in quei primi mesi del ’59 è in fermento. Tanti atteggiamenti di sfida, spesso beffardi, scritte irriverenti sui muri (come quella che due anni prima aveva preceduto la visita di Francesco Giuseppe in città: «L’imperatore arriva il 15 e noi lo avremo nel 16»), un’ostilità sfrontata sia dal popolo che dai nobili (non tutti). Sintomo di tutto ciò sono i verbali che cominciano a impilarsi sulle scrivanie della I.R. Polizia. I casi più strani, le segnalazioni più grottesche vengono subito messi nero su bianco. Suscita allarme la pistola giocattolo che uno studente tredicenne porta a scuola perché «voleva fare la guerra» (19 febbraio); o si dà una caccia spietata ai buontemponi che nottetempo hanno fissato sulla porta dell’Ospedale Maggiore un’insegna (rubata) dell’aquila imperiale. Come dire: l’Austria è malata (8 marzo). Poi ci sono le pipe «impolitiche», ovvero quelle colorate di bianco, rosso e verde. Non c’è quasi tabaccaio che non le esponga. E quel proliferare di oggetti patriottici che invade le vetrine di tanti negozi costringe gli “ufficiali perlustratori” della polizia a un superlavoro (non tutti: in quei mesi un buon numero di dipendenti, anche italiani, dell’amministrazione austriaca furono assenti per malattia). Il 28 aprile, quando anche a Milano appare il proclama con cui l’Austria ha dato l’ultimatum al Piemonte, il giorno prima che le truppe di Gyulai varchino il Ticino dando inizio alla seconda guerra d’Indipendenza, i quattro commissariati cittadini hanno già perso la battaglia burocratica. Verbali, denunce, indagini, sopralluoghi, ispezioni, diffide, sequestri e confische non sono serviti a nulla.