Sangue sull’asfalto, è il prezzo per 30 anni di ritardi nei cantieri

Cifre spaventose, il bollettino di una guerra non dichiarata e tuttavia sofferta sul fronte della viabilità. Sette morti ieri, altrettanti tre giorni fa e poi, riandando all’indietro, quattro, cinque, tre, con numeri a due cifre da un weekend all’altro. È il costo disumano in vite e sofferenze della stagione dei grandi esodi - si dice per sopire le coscienze - ma a voler seguire la contabilità terrificante della cronaca si scopre che ogni stagione è buona per morire fra un guard rail e una nazionale fiancheggiata da alberi, col sole e con la pioggia, di sabato e di martedì, che si vada al mare o in montagna. Una strage, che la pigrizia morale e politica tende ad attribuire alla fatalità, e non solo. Per ognuno dei sacrifici umani a cui ci siamo ormai assuefatti c’è poi la ricerca delle singole responsabilità degli automobilisti-utenti, che diventano così vittime e insieme carnefici. Eccessi di velocità, due bicchieri di vino in più, guida pericolosa, pneumatici usurati, motivi molteplici e tuttavia incapaci di spiegare la strage continua nel nostro Paese. Viene da chiedersi: come mai, posto che l’umanità turistica e viaggiante è più o meno la stessa in tutto il mondo, dalla Scandinavia a Gibilterra, in Italia il numero dei morti sulle strade è di molto superiore a quelli registrati in Francia o in Germania? Siamo al dunque. Il nostro Paese paga, in sangue e lutti, il prezzo del mancato adeguamento della rete stradale alle esigenze di mobilità e di sicurezza dei suoi cittadini. Siamo un Paese vecchio non soltanto nel rapporto anagrafico fra bambini e anziani, ma anche in autostrade, viadotti, medie e grandi infrastrutture, opere pubbliche destinate a rendere meno problematico l’impegno di lavorare muovendo uomini e merci. Dopo lo slancio realizzatorio degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta, tutto si è rallentato fino a fermarsi. Ha preso il sopravvento una vischiosa poltiglia ideologica antimodernista, decisa a difendere in nome dell’ambiente e dell’anticapitalismo le spente strisce di verde che fiancheggiano le autostrade a scapito degli umani che su quelle arterie viaggiano. Ah, l’ambiente, i sentieri delle volpi e dei tassi residui, alla faccia dei bambini morti e tanti incidenti nei quali è risultata determinante l’inadeguatezza delle strade. E questa poltiglia ideologica ha alimentato il «partito del no» che con l’azione preordinata di minoranze organizzate, ha condizionato amministrazioni locali e la sinistra che sfortunatamente abbiamo avuto al potere. No all’alta velocità, anche se boicottando i treni ultrarapidi si condannano i cittadini ad affrontare la roulette russa degli esodi in auto; no alle nuove autostrade, anche se una rete viaria vetusta fa scemare sicurezza e competitività del Paese; no alle grandi opere, perché il vecchiume è caro a chi non è ancora uscito dagli schemi della sinistra totalitaria. Basta. Gli italiani sono stanchi di questo declino programmato in materia di infrastrutture e si aspettano che il nuovo governo mantenga fede all’impegno di adeguare il Paese agli standard dei nostri partner e competitori industrializzati. L’Italia ansima e affanna perché i suoi meccanismi circolatori non sono all’altezza della sua energia. Il governo di centrodestra, forte del consenso popolare, sostenuto da una maggioranza ampia e chiara, faccia la sua parte. L’opposizione strillerà e si strapperà le penne, sostenendo che «ben altri sono i problemi» in questa fase di congiuntura avversa. Ma lo dirà soltanto per mascherare le sue responsabilità, per tentare di far dimenticare che è colpa sua se questo Paese viaggia con trent’anni di ritardo. I governanti lascino che piangano gli ambientalisti oltranzisti, i teorici delle diligenze e dei tram a cavallo: le vite che le nuove infrastrutture salveranno saranno un riconoscimento sufficiente.