«Sanguineti e l’odio? Parole da intellettuale»

(...) per rappresentare tutto il centro sinistra.
«Le primarie sono fatte in modo che nel centro sinistra ci sia una battaglia di idee e mi auguro che sia così. Secondo questo punto di vista va bene che ognuno dica la sua. Ma l’odio di classe fa riferimento a una cultura del Novecento, se non addirittura dell’Ottocento, dalla quale ci dividono differenze molto nette».
Il problema resta. Dopo le primarie il programma sarà unico. Per avere l’appoggio di Sanguineti dovrà accettare le sue idee?
«Sanguineti sa bene che si inserisce nell’Unione di centrosinistra. Deve quindi stare dentro una cornice programmatica, e dentro questa cornice l’Unione ha già scritto che non c’è proprio posto per l’odio di classe. Tra l’altro non c’è nessunissimo spazio anche perché è difficilmente traducibile in un programma amministrativo».
Avrà un alleato che incita alla rivolta dei lavoratori.
«Io sono dell’idea che esista un legame tra i diritti dei cittadini e di chi fa impresa. Tutto ciò che mette in contrasto chi produce capitali e chi detiene gli stessi capitali e offre lavoro fa parte di una storia ormai passata e dalla quale prendo fortemente le distanze».
Lei ne prende le distanze, ma non certo tutta la sinistra che punta a governare Genova.
«Il mio percorso politico e umano si è formato tutto in una sinistra che già da tempo aveva superato questi concetti».
Gli anni ’60 non sono poi così lontani, ma chi li rivendica come va trattato? È una rottura prima dell’alleanza?
«Essendo un intellettuale ci si aspetta da uno come Sanguineti molte provocazioni. Che poi sono anche il sale del dibattito».
Qualcosa di buono allora c’è?
«Queste provocazioni deve ridefinirle. Soprattutto in una città come Genova il cui passato è legato alle Brigate Rosse e al G8, esperienze laceranti che non possono essere rinverdite. Questo anche se poi magari Sanguineti intendeva riferirsi a un “sano odio di classe”, ma solo in senso politico».
Allora un intellettuale può dire, in senso politico, certe cose?
«Non dico questo, ma un intellettuale è abituato a usare certi termini che fanno riferimento forse ad altre strutture comunicative. Il concetto in sé non è praticabile. Ma attenzione, Sanguineti non ha una storia di odio alle spalle».
Però lo ha predicato. Come neppure al G8 si è fatto.
«Ma se ha fatto anche la pubblicità ai jeans!»
Non mi dica che è anche «global»?
«Ma sì, è anche un po’ global».
E comunque se quello che ha detto lui, l’avesse detto un intellettuale di sponda opposta, l’avrebbe scusato così tanto?
«Nell’altro campo di intellettuali non ne vedo tanti, per cui non so come mi comporterei in questo caso».
Odio di classe forse no, ma un po’ di strategia di ghettizzazione dell’avversario deve averla imparata nel suo percorso nella sinistra che non ha mai odiato nessuno. Nel frattempo Sanguineti prova a scaricare la colpa sui soliti giornalisti: «Basta estrapolare da un discorso compiuto una frase e si fa passare il malcapitato per quel che non è: ho parlato di “odio di classe” ma in un contesto preciso che faceva riferimento a Walter Benjanim e al riformismo non moderato per dire che c'è necessità di riprendere i contenuti della Costituzione ed applicarli uno ad uno».
Il concetto era più chiaro il giorno prima senza traduzione dall’intellettualese all’italiano. Comunque la Vincenzi prende le distanze, ma si ferma sempre prima di strappare troppo. Eventualmente in giunta potrà trovare qualche posto per gli alleati che predicano l’odio purché intellettuali. Senza Sanguineti e i suoi voti, e con l’emorragia Garrone-Zara da tamponare, vincere sarebbe impossibile anche per quel proverbiale «camionista» che i Ds si dicevano in grado di far eleggere sindaco prima della figuraccia (e della strizza) rimediata con il ciclone Castellaneta. Figurarsi per la Vincenzi che già deve riuscire a prendere tutti i voti del suo partito.