Sanguineti: "Su Tienanmen nessuna retromarcia"

Il poeta candidato sindaco si dice frainteso e difende Forattini: "È libero di prendermi in giro"

Genova - La lezione di storia dura un’ora. Riassunta fa così: non ha nulla da ritrattare, il professor Edoardo Sanguineti, perché, semplicemente, è il resto dell’ignorante mondo a non aver capito quello che lui voleva dire, quella dannatissima sera a La7 nel corso di quella faticosissima trasmissione, «Niente di personale», dai tempi invero troppo ristretti perché un intellettuale per quanto proletario come lui potesse argomentare-approfondire-specificare. In verità ci prova, a parlare di «decontestualizzazione» e ad accusare «chi usa lavorare di ritaglio per denigrare calunniosamente gli avversari». Però non è chiaro chi avrebbe usato le forbici, visto che le bobine della trasmissione parlano chiaro e dicono che quella è la frase e quella resta, a proposito dei giovani massacrati in piazza Tienanmen nel giugno 1989: «Una cosa è certa: quelli erano veramente dei ragazzi, poveretti, sedotti da mitologie occidentali, un poco come quelli che esultarono quando cadde il Muro, ma insomma: volevano la Coca Cola».
È successo subito di tutto, il centrodestra indignato e il centrosinistra infuriato. Ci mancava solo questa nei già agitati sonni dell’Unione, deve aver pensato il vicepresidente della Camera Pierluigi Castagnetti quando ha detto che «spiace dover commentare le parole di Sanguineti, ma non si possono far cadere nel vuoto: gli studenti di piazza Tienanmen non volevano la Coca Cola ma hanno dimostrato e sono morti per la libertà». Così, ieri il poeta candidato per l’Unione a sinistra alle primarie del sindaco di Genova ha avvertito: «Questa non è una retromarcia», ha chiarito che «non è stata una trappola del giornalista, anche se avrei gradito che documentasse la frase riportata», e poi ha «contestualizzato», come si dice delle frasi scomode che non si vogliono smentire: «La mia condanna dei fatti di Tienanmen è sempre stata ferma». E la Coca Cola? Ecco: «Nella lotta che nel 1989 travagliava il partito comunista cinese, la partecipazione degli studenti fu favorita dalla frangia del partito interessata a evitare aperture e a favorire quindi una situazione rischiosa degna di repressione. Fu una trappola tesa a quei giovani: li indussero al desiderio di beni di consumo occidentali anche per screditarne la protesta. Li chiamo poveretti perché furono vittime della manipolazione. Ma dietro non c’era la Cia, ma il partito comunista cinese». Del resto, si difende, lui questa tesi la sostenne fin dal primo giorno: «Quando ci fu la repressione io ero appena tornato dalla Cina, e partecipando ad Asti a un dibattito pubblico su quei fatti dissi che il comunismo cinese era finito e che Tienanmen ne era solo la dimostrazione, e che quei giovani erano stati indotti ad arte a fabbricarsi una Statua della libertà». E poi andatevi a leggere gli storici cinesi, «alcuni valorizzano la mia tesi».
L’appello pare fatto al centrosinistra, perché con il centrodestra compagno Edoardo non polemizza. Difende inoltre il vignettista del Giornale Forattini, che pure ieri lo disegnava su una piazza Tienanmen colma di teschi e con una falce insanguinata in una mano: «Ricordo quando Forattini fece la famosa vignetta su Berlinguer e io lo difesi in un articolo sull’Unità perché ritenevo fondamentale difendere la libertà di espressione. Continuo a difenderlo oggi che è al Giornale: fa vignette ed è libero di continuare farle come vuole». La lezione di storia del professore ha già avuto un primo effetto: a Genova il tentativo di intitolare un giardino pubblico ai martiri di piazza Tienanmen è stato bocciato dalla maggioranza di sinistra «per motivi ideologici».