Sanguinetto: «Shopping di Carige finito»

da Milano

«La dimensione non è tutto, occorre piuttosto una buona gestione. Carige con un cost/income prossimo al 52%, occupa il secondo posto tra le prime dieci banche italiane»: panciotto d’ordinanza rigorosamente allacciato, il direttore generale Alfredo Sanguinetto rifiuta la prospettiva che in pochi anni per restare sul mercato nazionale, Carige dovrà avere almeno mille sportelli a disposizione. Racconta al Giornale i piani dell’istituto genovese (dove è entrato 40 anni fa appena diciottene) che in pochi mesi ha chiesto ai soci uno sforzo da un miliardo per assorbire 116 sportelli da Intesa Sanpaolo e Unicredit raggiungendo un totale di 641.
La prossima tappa sarà l’asta del Monte Paschi?
«Ora dobbiamo digerire e mettere a reddito le acquisizioni fatte. Non rinunceremo però a crescere per linee interne: guardiamo a Piemonte, Lombardia, Emilia Romagna e Toscana».
Il gruppo Carige è tra i pochi a integrare al proprio interno il business bancario e quello assicurativo...
«Il nostro è un modello non facile da realizzare ma è il futuro perché la comunanza dei prodotti permette di massimizzare la redditività. Non nascondo le difficoltà incontrate ma, se non emergeranno problemi nel portafoglio titoli, a fine anno Carige raggiungerà il pareggio anche nel business assicurativo».
Come stanno andando i primi sei mesi del gruppo?
«Stiamo rispettando il piano industriale che prevede per dicembre un risultato netto superiore al 2007, fino ad arrivare ai 350 milioni pianificati per il 2010».
Carige ha partecipato sia all’asta Intesa sia a quella di Unicredit, Profumo ha pagato caro l’effetto subprime e il fatto che le filiali fossero nel Mezzogiorno ...
«L’offerta ha avuto inizio subito dopo quelle di Intesa e Ubi, chi era interessato ad acquistare aveva già fatto notevoli sforzi. Quanto al fattore geografico, Carige opera al Sud dal 2000: c’è una buona raccolta e gli impieghi si fanno tranquillamente».
A ottobre Passera aveva strappato un multiplo del 16% sulla raccolta, Profumo si è fermato al 12,8%...
«Abbiamo pagato di più Intesa per il potenziale inespresso di quelle filiali sul fronte corporate. Fattore assente nell’offerta Unicredit».
Torniamo alla bancassurance: Generali, mentre sta trattando con Intesa Sanpaolo il rinnovo della jv Intesa Vita, ha spinto il proprio impegno nel libro soci di Carige al 4%. E anche il suo gruppo è azionista del Leone...
«Il nostro è un investimento di natura finanziaria e credo di poter dire lo stesso di quello di Generali. Non ci sono patti, accordi commerciali o impegni sottoscritti».
Carige conserva un’organizzazione articolata di banche locali, sarà così anche da player nazionale?
«Pensiamo di mantenerla perché i costi sono contenuti: il gruppo ha una fabbrica prodotto accentrata e alcune banche reti. Questo facilita la vicinanza al territorio, sia grazie al valore del marchio sia per la presenza in cda di personalità locali».
Cosa risponde all’inasprimento fiscale preannunciato dal ministro Tremonti?
«C’è il rischio che una norma di questo tipo, se non adeguatamente regolamentata, crei distorsioni. Penalizzando gli istituti più impegnati nel retail, in pratica sulle famiglie».
Eppure perlomeno fino ai subprime i bilanci delle banche erano molto floridi e anche l’Antitrust le ha bacchettate sui mutui...
«In Carige la portabilità sia in entrata che in uscita è completamente gratuita. Più in generale credo sia opportuno che le Authority valutino il rischio che si assume il sistema bancario erogando mutui a tasso fisso senza penale di estinzione anticipata. Si prospetta un problema di copertura del rischio di tasso, oggi ancora sopportabile perché percentualmente limitato rispetto allo stock».