«Sanità, i fallimenti del commissario»

Presidente Cursi, è di questi giorni la polemica sui medicinali non erogati dalle Asl a malati affetti da gravissime patologie.
«Non mi stupisce affatto. Lo avevo preannunciato in tempi non sospetti. Oltre al disastro dei conti, la sanità laziale crea problemi di sicurezza ai cittadini».
Ma le sembra possibile?
«È frutto di totale assenza di programmazione. Si vive alla giornata. La politica sanitaria di questi quattro anni è così riassumibile: un assessore cacciato, chiusi tre ospedali, circa 2.000 posti letto da chiudere, Irap , Irpef e ticket più alti d’Italia. Ah, dimenticavo: 7.459 miliardi di debito prodotti».
La situazione ereditata non era però virtuosa.
«Al contrario. La Giunta Marrazzo ha ereditato un debito pari a 4.662 miliardi di euro da un governo regionale di centrodestra che, è bene ricordarlo, dopo trent’anni ha aperto il Sant’Andrea e l’Ifo Regina Elena. L’attuale in soli quattro anni ha prodotto un debito doppio rispetto a quello che ha trovato chiudendo gli ospedali, diminuendo i servizi e togliendo i farmaci ai cittadini».
Ma la gestione commissariale non ha prodotto vantaggi?
«L’unico è stato che finalmente sappiamo chi deve decidere. I governi di centrosinistra hanno tante di quelle anime che è difficile sapere chi comanda. Il commissario ha dimostrato buona volontà che è cosa ben diversa dalla capacità di saper decidere. I decreti firmati da settembre a oggi valgono circa 400 milioni di euro, divisi tra 152 per tagli strutturali, 36 per risparmi vari e ben 230 milioni di euro sono cassa da ticket sui farmaci e prestazioni».
Il debito però non scende.
«È cronicamente attestato intorno al miliardo e otto. Anche più. L’ulteriore verifica del Tavolo tecnico ministeriale di fine gennaio, deputata a sbloccare altri fondi statali, ci darà conto di eventuali fatti nuovi che al momento non vedo».
Ma è un errore di natura strutturale?
«Certo che sì. Non si verrà mai fuori dal guado. Un amministratore capace deve scegliere quello che costa meno e garantisce maggiore qualità, cioè il privato in convenzione. La sanità pubblica dovrà tendere sempre più alle alte specializzazioni lasciando al privato tutto ciò che è standardizzato e protocollato. Ha maggiore capacità di gestione e controllo dei centri di costo».
Ma avere cinque Policlinici universitari non è un problema?
«Sì, se vengono gestiti come normali presidi ospedalieri. Il Policlinico universitario è un centro di eccellenza che per definizione deve attrarre pazienti da ogni parte d’Italia e quindi preziose risorse per il servizio sanitario regionale. Ma oggi questo non accade».
E il rapporto Roma-città con gli altri capoluoghi di provincia?
«Anomalo, a causa del disservizio del nostro sistema sanitario. Un cittadino di Sora o di Viterbo in caso di patologia grave si rivolge all’ospedale di Avezzano o a quello di Siena. Ci sarà pure un perché. E la spiegazione è semplice. Accanto a pochi esempi di eccellenza la nostra sanità è sempre più alla deriva. E i cittadini questo lo avvertono».
Eppure la spesa farmaceutica sembra calare. Almeno quella.
«Il calo è dovuto, soprattutto, allo spostamento della spesa per farmaci dalla farmaceutica convenzionata a quella ospedaliera. La Regione Lazio, ad esempio, ha deciso di far distribuire farmaci importanti, come appunto quelli innovativi per le spondilo-artropatie o gli antitumorali orali e tanti altri, solo dagli ospedali. La spesa per i farmaci dispensati dalle farmacie convenzionate così scende, mentre quella ospedaliera sale senza limite.
Quindi solo un artificio contabile?
«Direi di più. Mi piacerebbe verificare se i farmaci erogati dagli ospedali non siano addirittura pagati due volte dal servizio sanitario regionale, una volta attraverso la voce beni e servizi” e l’altra con il rimborso dei Drg».
Non ritiene che una sanità gratuita per tutti sia insostenibile per il nostro sistema socio-assistenziale?
«È un modello che va difeso perché è tra i primi al mondo. Credo, però, che non possano essere sopportati gli sprechi e le scelte sbagliate. Ancor peggio la mancanza di strategia».
Ma non salverebbe niente delle scelte del 2008?
«Avrei grandi difficoltà. La politica attuata è stata solo di tagli ai servizi e introduzione di ticket. Non ho mai visto pubblicata una tabella relativa all’efficacia e all’efficienza dei servizi erogati. Mi piacerebbe sapere perché il tasso di rotazione dei posti letto nel Lazio è più alto che nelle altre Regioni o perché le due Tac-Pet dell’Ifo Regina Elena producono solo il 30% degli accertamenti che potrebbero erogare».
Non pensa che ci siano eccessi nelle visite e negli esami specialistici?
«Credo di sì. Se più del 60% danno esito negativo qualcosa che non va, c’è nel sistema. Ma cosa è stato fatto? Niente. La commissione regionale di valutazione sull’appropriatezza delle prestazioni, prevista dalla Finanziaria 2006, non è mai stata costituita per colpa delle Regioni».
Il rischio di possibile guai giudiziari per il medico aumenta il ricorso a esami inutili?
«È di una evidenza intuitiva. Sarebbe sufficiente l’introduzione di linee-guida pubbliche per evitare questi rischi che spesso vedono i medici assolutamente vittime».