Sanità italiana: fatta la diagnosi gabbato lo Stato

Egregio dott. Granzotto, le virtù salaci della sua penna arguta, arcinote da tempo, non le scopre certo chi scrive. Però sull’argomento sanità non condivido appieno il suo pensiero! La pena di morte in Italia fu abolita allora e non deve più essere comminata, da nessuno, a nessun titolo! A che titolo una struttura sanitaria regionale che costa cifre indicibili commina la pena di morte per un «reato» quale la maternità che reato mai è stato ovunque nel mondo, anzi? Tutti i ministeri interessati e il Parlamento verifichino la situazione singolarmente e si provveda secondo necessità anche alle «punizioni» necessarie! Sinora l’unica «punizione» è stata inflitta a quei bimbi rimasti orfani e a quella famiglia precipitata nella disgrazia! Nel caso, gli unici innocenti! Essi versarono, forzosamente, le loro tasse per un «servizio» da essi mai «pensato» né «ipotizzato» né «chiesto»: la morte della mamma! L’aver regionalizzato la sanità ha allargato il numero delle menti chiamate a decidere e delle morti innocenti! Non ritiene che presidenza della Repubblica, Consiglio dei ministri, Interni, Sanità, Giustizia, Turismo e il Parlamento intero debbano vagliare la struttura sanitaria in ogni suo minimo recesso e razionalizzarla, magari anche riedificandola su basi di efficienza, efficacia, merito e compenso del merito e punizione del demerito?

Ritengo, ritengo, caro lettore, anche se quando si tratta di riforme del sistema sanitario l’esperienza consiglia di andarci coi piedi di piombo. Perché finora e nonostante fossero state grandemente strombazzate, riforme, riformine e riformucce non hanno migliorato di un’unghia il servizio al cittadino, non hanno scongiurato, ed anzi, casi come quello al quale lei si riferisce - la donna morta di parto perché non le si trovava un letto in rianimazione - producendo solo uno scandaloso aumento della spesa. Ammettiamo pure la buona fede e le buone intenzioni dei riformatori del passato, però resta il fatto che il costosissimo sistema sanitario italiano è diventato un baraccone gravato da scarso (ma potremmo dire nullo) coordinamento; da duplicazioni se non triplicazioni di spesa; da una soffocante gestione brontoburocratica; da una serie di eccezioni territoriali per cui il camice che in Lombardia costa all’azienda sanitaria 10, in Calabria costa 80; da una struttura operativa così macchinosa da rendere assai difficile l’imputazione di responsabilità e, infine, da un eccesso di ospedalizzazione al fine di far cassa. Il fatto è che oggi tutto ruota attorno ai Drg, Diagnosis Related Group, in italiano Raggruppamenti omogenei di diagnosi. Sembrava un’eccellente idea quella di introdurli, adottandoli dal sistema sanitario anglosassone. Ma almeno da noi hanno prodotto e seguitano a produrre danni collaterali che possono giungere fino agli «incidenti» come quello da lei ricordato. I Drg costituiscono un tariffario, 492 categorie di interventi e prestazioni con relativa cifra del rimborso dovuto all’azienda ospedaliera. Bene, s’è mai chiesto, caro lettore, la ragione dell’aumento vertiginoso dei parti con taglio cesareo? Sappia allora che quel tipo di parto «rende» all’ospedale 3.426,89 euri, mentre un parto vaginale ne rende solo 1.286,30. Faccia lei due conti. Anche l’incessante fiorire di reparti di cardiochirurgia ha una sua spiegazione: i Drg di quel settore sono, insieme alla neurologia, più cospicui: 61.066,70 per un trapianto, 14.429,80 per un bypass. Non c’è dunque da stupirsi se gli ospedali incrementino quei reparti e riducano i posti letto in quelli che «rendono» poco o niente. E per tornare all’«incidente», sa qual è uno di quelli che «rendono» una miseria? La rianimazione.