La Sanremo del Centenario parte sfregiata

da Milano

Si ricomincia esattamente da dove ci si era lasciati: nel delirio. Spiace festeggiare i cent’anni della Sanremo con queste parole, ma è difficile trovarne altre. Velocemente, per essere subito chiari: il patron della Gazzetta, Angelo Zomegnan, organizza per la vigilia la riedizione aristocratica delle grandi punzonature di una volta, una kermesse musical-sportiva con la sfilata delle squadre nel centro esatto di Milano, cioè in Galleria. È una cosa che mancava da tanti anni, una cosa di cui si sentiva la mancanza, perché occasione unica per vedere da vicino i campioni, magari facendoci una foto e scroccando pure il doveroso autografo.
Proprio così: a tutte le persone sane di mente sembrava un bellissimo ritorno. Ma siccome siamo nel ciclismo, anche questo bellissimo ritorno diventa occasione di autolesionismo. Vai a sapere: dev’essere che questo sport scoppia di salute e di popolarità, come tutti sanno, per permettersi anche del sano masochismo. Cosa succede? Succede che alle 22.45 della sera prima, cioè giovedì, l’associazione delle squadre comunica via mail a Zomegnan che nessuno sfilerà. Che l’aristocratica punzonatura se la farà da solo.
È o non è un bel gesto? È o non è geniale? Nel linguaggio più adeguato alla situazione, quello dell’asilo infantile, si chiama ripicca. Il livello è talmente basso, micragnoso, cervellotico, da non meritare tante spiegazioni: basti dire che siamo alla solita guerra, ormai avviata a diventare riedizione della guerra dei cent’anni, tra organizzatori e Uci (federazione internazionale) per le regole del Pro Tour, guerra che vede le squadre proprio nel mezzo. Inutile cercare di spiegare, inutile cercare di capire: non è che sono minus-habens giornalisti e lettori, è che proprio sono noiose e complicate le vicende in questione. Risultato: all’attesa riedizione dell’aristocratica punzonatura, davanti al pubblico incuriosito dei milanesi, si presenta la metà delle squadre. Neppure tra loro, per fortuna, sono unitissime. Presenti i Petacchi e i Pozzato, assente - e questa è una vera vergogna - il campione del mondo Bettini. Chiedo: quando mai un tizio ha la possibilità di sfoggiare la maglia iridata in Galleria, di fianco al Duomo? Una volta, nella vita. Ecco, Bettini la butta dalla finestra. Purtroppo, la sua squadra - belga, inutile citarla perché non merita pubblicità gratuita - è tra le più acerrime nemiche degli organizzatori di corse. Al suo fianco, gli olandesi che sponsorizzano Freire e i tedeschi che pagano Rebellin. Più un tot di squadre francesi, che tra l’altro potrebbero strappare qualche foto giusto alla punzonatura, perché nelle corse sono stabilmente fuori dalle inquadrature.
Davanti a un simile, mesto autogol, chiedo un commento a Ernesto Colnago, il Ferrari delle biciclette, che tante ne ha viste e tante ne ha sopportate. Come sempre, la sua risposta è chiarissima: «Siamo un movimento di deficienti». Commento di Cipollini: «Se non ci facciamo del male, non siamo il ciclismo. Un’occasione così bella, completamente sprecata. Fossi ancora un corridore, però, mi sarei imposto per venire». Commento di Zomegnan, il patron tradito: «Alcuni prendono la scusa dello stress: dicono che la punzonatura rovina la concentrazione della vigilia. Ricordo solo che un certo Eddy Merckx ha corso dieci Sanremo facendo dieci punzonature: ne ha vinte sette».
Ovviamente non finisce qui. Oggi il resto. A Sanremo il vincitore salirà sul palco per la premiazione, quindi sarà condotto di nascosto su una spiaggia o in uno scantinato per vestire la maglia di leader del Pro Tour. Sì, perché l’Uci si ostina a considerare la Sanremo una corsa valida per il circuito Pro Tour, mentre chi la organizza se ne guarda bene, anzi dice chiaro e tondo che del Pro Tour non gliene importa nulla, anzi minaccia di buttare giù a pedate chiunque salga sul podio con la maglia del Pro Tour.
C’è poco da aggiungere. Davvero conviene gustarci il quarto d’ora più adrenalinico dell’anno, con quel tratto Poggio-Via Roma che strapazza le coronarie, e lasciare il resto a chi gode nelle guerre politiche. A consolare il tifoso, sgomento per lo squallore di queste guerre, rimane solo la più luminosa scoperta del vecchio Albert Einstein: «Soltanto la stupidità umana può dare un’idea dell’infinito».