Sanremo in dialetto. E tutti se le cantano

IDENTITÀ Per una volta Umberto Bossi e Dario Fo, entrambi varesotti, esultano insieme

Insomma, al sessantesimo Festival di Sanremo si potranno cantare brani in dialetto dalla prima all’ultima strofa. Lo hanno deciso nei giorni scorsi i «sacerdoti» del regolamento del concorso che domani renderanno ufficiale, comunicandola urbi et orbi, l’innovazione. Così dal 16 al 20 febbraio dell’anno prossimo, durante le serate dell’Ariston governate da Antonella Clerici, potremo ascoltare artisti noti e meno noti cantare parole ignote ai più.
La gara canzonettara per eccellenza sarà anche, come dicono molti esperti, un reperto della tv giurassica ma, come ha dimostrato l’edizione 2009, nel cuore degli italiani ha sempre un posto. E neppure piccolo. Ecco perché sull’ultima novità che la riguarda, l’apertura ai vernacoli (provinciali, municipali...), si sono buttati a pesce gli addetti ai lavori e soprattutto i politici.
Cominciamo con i primi. Bocciano senza appello la nuova babele canora Enzo Mazza, il presidente della Federazione dell’industria musicale italiana, («una grande vetrina televisiva del Made in Italy trasformata in festa di paese»), il decano (laziale di nascita ma sammarinese di passaporto) Little Tony («siamo alla frutta») e il veneziano Oliver Skardy, ex Pitura Freska, («mancanza di alternative al mercato musicale ormai morto»). Ironizzano, invece, il cantautore napoletano Enzo Avitabile («bene, ma dubito che la giuria sarà pronta e capace di giudicare») e il suo concittadino Mariano Apicella, l’interprete delle canzoni scritte da Silvio Berlusconi («in certi casi saranno necessari i sottotitoli»). Favorevoli, fra gli altri, il milanese Paolo Limiti, il genovese Mauro Pagani e i napoletani Nino D’Angelo e Peppe Servillo. Entusiasti il premio Nobel, varesino, Dario Fo («era ora»), il comasco Davide Van de Sfroos («si è abbattuta una diga culturale»), il bolognese Andrea Mingardi, che tesse le lodi del suo vernacolo natio («ha ritmo, somiglia all’inglese, ha un bel sapore grasso...») e annuncia di aver in cantiere «un pezzo dance rock in dialetto comprensibile» che a questo punto porterà a Sanremo, e Giordano Sangiorgi, delle etichette indipendenti, («siamo felici»).
Ed ecco i politici. I leghisti hanno subito esternato il loro giubilo. Su tutti, il leader, Umberto Bossi, ha teorizzato: «Sanremo era uno dei simboli del centralismo, ma il sistema, a furia di prendere cazzotti, cambia». E il presidente del Consiglio comunale di Sanremo, Marco Lupi, ha rivendicato: «È il risultato del lavoro che ho svolto in questi mesi».
Per i comunisti del Pdci la Lega «fa propaganda fine a sé stessa, si arroga meriti che non ha e scopre l’acqua calda». Il responsabile comunicazione del partito, Jacopo Venier, ricorda che in passato molti cantanti si sono esibiti all’Ariston in brani «per lo più in dialetto».
Ma c’è poco da minimizzare, la notizia c’è. Bisogna vedere se per il Festival è buona, almeno dal punto di vista musicale. Perché probabilmente, innescate le millenarie rivalità di campanile, gli ascolti e il televoto...