Sanremo flop. E Baudo perde la testa Bertè esclusa, scandalo Osvart: video sexy

Ascolti a picco, nervi tesi. La canzone di Loredana Bertè (<strong><a href="/video.pic1?ID=berte_sanremo2008">guarda</a></strong>): è identica a un brano (<strong><a href="/video.pic1?ID=ventura_berte_270208">ascolta</a></strong>) del 1988. <strong><a href="/a.pic1?ID=244468">Squalificata, canterà fuori gara</a></strong>. La valletta bionda protagonista di un <strong><a href="/video.pic1?ID=surface_270208.flv" target="_blank">video sexy</a></strong>

Sanremo - Mercoledì 27, riposo. Ma dove? Mattinata tellurica, lapilli in sala stampa, smog dal sito auditel, implode il festival esplode il caso Berté, schizza Baudo, rischizza Chiambretti, Del Noce no, resta con quella faccia un po’ così che hanno quelli ai quali non gliene può fregare nulla se la nave sbanda e si limita a leggere il volantino di sempre: «Ho fiducia, ci vuole grinta, lavoreranno tutti per far risalire il festival». Terza persona plurale, «lavoreranno», evita la prima plurale, «lavoreremo», non è compreso nel contratto di azienda e nemmeno nel bon ton diplomatico di una conferenza stampa. Eppoi quel ricorso al sostantivo «grinta», da allenatore nel pallone o da presidente di paese. Per fortuna ci ha risparmiato «amalgama» ma ha ancora tre giorni a disposizione.

Qui c’è poco da ridere, anche se Chiambretti all’inizio ci ha provato pure, con una litania afflitta da rosario durante la lettura dei dati di ascolto sgranati da Tonino Manzi che conosce il polso della stampa meglio di qualunque altro papavero e papero dell’azienda. La Rai fa due conti, l’auditel era la sua bandiera al vento per andare all’attacco, adesso è la pozione velenosa che intorpidisce, annebbia, stende. Pippo Baudo filosofeggia, accenna alla situazione particolare del Paese, spiega che la qualità alta, ad esempio Cammariere martedì a tardissima sera, non viene recepita dal pubblico basso, aggiunge che dopo le ore undici il pubblico stesso preferisce il letto, che cinque serate sono tante, che quindi il festival va rivisto, riscritto.

Prende sangue, Baudo, con il passare delle parole e dei pensieri, e la pressione sale e arriva al culmine: «Se avessi litigato con Chiambretti, come hanno litigato Fegiz e Cutugno nel dopofestival, o come è accaduto a miss Italia, allora avremmo vinto. Scazzottiamoci, dunque, insultiamoci, sputiamoci addosso, così sentiamo il pubblico. No, così lo fottiamo, così lo imbarbariamo e avremo un’Italia di merda!». Pippo Cambronne muove le mani e manda a quel paese «ignorante» il giovine Mazza, presidente della Fimi, che propone pubblicamente un nuovo festival, tutto dei giovani, con i big semplici ospiti. Aragozzini ride, monta pure lui e Mazza domanda: «Ma lei chi è? Chi la conosce?».

Altro casino, Aragozzini avvampa, Baudo non modera, Chiambretti ha la faccia taggiasca, nel senso dell’oliva, prepara anche lui gli artigli, graffia un giornalista del Sole 24ore che demolisce il festival e ne chiede la chiusura. «Quante copie vende il tuo giornale? Chiudetelo. Imbecille!». Aria fredda, Pierino torna Piero e si scusa, finisce lì, da segnalare una battuta felicissima: «Baudo e io puntiamo al premio della critica», il salvaPippo Chiambretti è indispensabile nei momenti di emergenza; Del Noce non cambia espressione e consulta il telefonino, ma che strano, gli altri uomini Rai abbozzano, Raveggi scuote il capo, Nava liscia il baffo, una bella foto ricordo.

La conferenza tracima in dibattito, convegno, esibizione palabratica ma la polpa resta scoperta. Il festival è vecchio, datato come la città che lo ospita, pensa di vivere di rendita con il gioco d’azzardo e la canzone, ma è un mausoleo impolverato, è stata cancellata la sfida, la qualità generale è modesta e il popolo non accetta più il prodotto.
Baudo si ricompone, aggiusta il doppiopetto che per lui è abito ma anche postura, ne consegue che qualunque cosa sua risulti perfetta troppo, imbastita tanto, ingessata eccessivamente, infine statuaria goffamente. Eppoi il suo ruolo di direttore artistico andrebbe frequentato non soltanto prima e dopo, come fa, ma soprattutto durante, come detto già per Del Noce Fabrizio che preferisce la prima fila alle quinte dove potrebbe e dovrebbe essere più prezioso. Baudo regista, non di inquadrature e scalette, ma play maker che non deve per forza e contratto andare al dribbling e al gol personale. Può e deve lasciare il gioco ai compagni di squadra, altrimenti rischia di franare loro addosso, di coinvolgerli nella crisi del fenomeno.

Baudo vive, eccome, ma il baudismo è a fine corsa, ha già dato e non può raccogliere ancora e sempre, per grazia ricevuta. Non è un problema soltanto anagrafico, l’età conta, d’accordo, ma è prevedibile e noioso il modo di leggere, di allestire, di gestire l’evento secondo una formula che non si è adattata ai tempi. E quando Baudo tenta di farlo, con alcune gag da avanspettacolo, ironie da copione, encomi e coccole esagerate agli ospiti, finisce per ridurre e smentire la propria alta cifra professionale. «È una crociata che bisogna percorrere» ha detto lui stesso alludendo al cambio di registro del festival e non soltanto di questo. Può fare il primo passo, non indietro, ma di lato. E allora si potrà capire dove sta l’errore.