Sanremo, la nuova discografia? Ormai è al servizio della tivù...

Il Festival è stato vinto da cantanti lanciati dalla tv: anche sul palco dell’Ariston è il "realitysmo" a dettare la linea. I "cacciatori di gole" sono diventati una specie in via di estinzione. Chi non si adatta è tagliato fuori. E il mercato ringrazia...

In fondo è sotto gli occhi di tutti: il Festival di Sanremo è stato vinto da cantanti lanciati dalla tv. Emma, si sa, regina di Amici. Noemi, terza a X Factor, dove tra l’altro Arisa è appena stata giudice. E tra i giovani è stata la cronaca di un trionfo annunciato visto che Alessandro Casillo è arrivato all’Ariston pedinato da una fama social (120mila fan su Facebook) e decisamente televisiva dopo il suo secondo posto a Io canto (su Canale 5).
Ma se il talento più giovane tra i big, Pierdavide Carone, è arrivato qui con uno dei cantautori più vecchi, Lucio Dalla, 69 anni, vuol dire che siamo già alla seconda fase di questo processo. E lo conferma Arisa, la quale ha avuto come direttore d’orchestra una delle anime della svolta etnica di De André, cioè Mauro Pagani, e poi ha duettato con la bandiera dell’alternative italiano, il Mauro Ermanno Giovanardi ex La Crus. Incroci trasversali. E legittimazione dei giovani grazie all’autorevolezza di grandi nomi che provano a trovare nuovi pubblici. È una generazione «talent» che si impone a velocità furiosa e porta tanti a chiedersi se, e quanto, la popolarità incida sulle gare canore. Un dibattito che presto si allargherà anche al web: e ci saranno cantanti che con la stessa velocità planeranno in classifica dopo imponenti campagne viral o pressione di agguerrite community con una forza d’urto che gli artigianali fan club di una volta se la scordavano.
Il risultato è che la musica popolare rischia di apparire monca al grande pubblico, priva di quei connotati di ricerca sonora e di sperimentazione musicale o testuale che per decenni hanno fatto ribollire sale prove e piccoli circuiti alternativi. Ora no. Ora la televisione sembra l’unico trampolino di lancio per nuovi cantanti, con il suo inevitabile bagaglio di «realitysmo» e di consensi diciamo così estetici. Segno dei tempi. E segno di una clamorosa fase involutiva della discografia. Le grandi case discografiche hanno tirato i remi in barca, riducendo giocoforza gli investimenti nella ricerca e nella promozione. Hanno deficit di bilancio che le costringono a ridurre il personale, talvolta drammaticamente. E i primi a essere tagliati sono stati i cosiddetti A&R (letteralmente Artists and Repertoire), coloro che si impegnavano a trovare band o solisti da mettere sotto contratto. E che garantivano investimenti in partenza fallimentari, o addirittura disastrosi, ma poi spesso enormemente redditizi.
Per spiegarci, i primi dischi di Dalla o Battiato o Vasco Rossi sono stati bagni di sangue. E solo una forte fiducia dei cosiddetti A&R ha consentito in tempi ragionevoli di trasformarli in autentiche casseforti. Ma il mercato era florido. Adesso è alla canna del gas. Ed è finita la ricerca. Oddio, il fermento creativo tra i giovani non è mai stato così vitale. Ma, in attesa di un inevitabile nuovo sviluppo, si sono essiccati i tradizionali canali di lancio. E la televisione ha iniziato lentamente a occupare - prima nel mondo anglosassone e solo dopo, come sempre, anche in Italia – gli spazi vuoti di ricerca e consolidamento. È la tv, ormai, a occuparsi dello start up, del lancio di un cantante. E lo fa con i propri parametri. Perciò la generazione «talent» è stretta a una televisione che pure ha spesso fatto la differenza nella musica popolare (mai dimenticare il record di 73 milioni di telespettatori nel 1965 all’Ed Sullivan Show che anni prima aveva già lanciato Elvis).
Ma una volta c’era un bilanciamento (oggi si direbbe sinergia) che adesso manca per colpa di major e discografici spesso allo sbando. E lascia senza bussola qualche cromosoma di quel complesso genoma che fa nascere la musica popolare.