Sanremo, la rivincita dei "vecchioni" Gli over 60 battono i giovani talent

Al primo e al terzo posto due artisti superstagionati stracciano i ragazzi. Piace anche il rugoso conduttore e il superospite "âgé" Massimo Ranieri

Il vincitore e il terzo classificato viaggiano fieramente verso i 68 anni. Il presentatore-timoniere che, nonostante le gaffe, è stato il collante ideologico del Festival, ne ha uno in meno. Massimo Ranieri, superapplaudito nella serata finale e candidato alla prossima conduzione, ne compie sessanta tra poco. Guidata da Vecchioni - il primo cantautore impegnato a trionfare a Sanremo - la squadra degli «anziani» assesta un bel gancio al pop moderno e soprattutto a figli e figliastri dei talent. Al Bano non muore mai; lo buttano fuori dalla porta e lui rientra dalla finestra (puoi cambiarlo fin che vuoi ma Sanremo resta nazionalpopolare per antonomasia) con quella voce potentemente melodiosa, simbolo della vecchia guardia festivaliera. Il guru Battiato, 66 anni, ha sfiorato il podio in coppia con Luca Madonia. La Pfm dai capelli bianchi ha emozionato nei duetti a fianco di Vecchioni. La piazza d’onore di Emma Marrone coi Modà e il quarto posto dei La Crus salvano l’onore dei «talentini» e del pop rock più trendy.
Ma non è questione di numeri o di piazzamenti, piuttosto di una piccola inversione di tendenza. È vero che X Factor e ancor più Amici fanno vendere milioni di cd e che la tv è diventata una mega-casadiscografica, ma la grossa novità del Festival (e meno male) è che la nostra musica ha un grande futuro dietro le spalle. Magari il professor Vecchioni e al Bano non venderanno come la Giusy Ferreri degli esordi (che stavolta è molto calata in qualità e gradimento) o come i Valerio Scanu, Mauro Mengoni, Alessandra Amoroso dei mesi scorsi, però la stoffa è decisamente diversa. Lo ammette la stessa Emma dicendo: «Il pezzo più alternativo e moderno è quello di Vecchioni; ci ha fatto le scarpe a tutti, pure ai giovani. Io sono cresciuta con i suoi dischi perché mio padre è un suo fan». Un passaggio di testimone all’indietro che rende onore a chi ha fatto del suono e della parola un’arte popolare, ovvero una rivincita della canzone colta.
Anche Sanremo il nostro Sanremo segue l’onda del rock internazionale; nascono le Lady Gaga e i vari Arcade Fire ma ha fare i grandi fatturati in concerto sono Bon Jovi, Rolling Stones, U2. Non spariamo sui talent, ormai acclarate palestre di talenti, ma ce ne sono troppi e tutti uguali, così come gli artisti che ne escono. Tutti con voci educatissime grazie ai consigli dei vocal coach, nuovi guru che insegnano la perfezione vocale, spesso a scapito dell’originalità. Emma, Scanu&co. Quando escono dal talent se la devono cavare da soli. Dureranno o dopo le vertigini da piani alti della classifica finiranno nel limbo della mediocrità? La tv li lancia nello spazio, ma sta a loro rimanere in orbita intorno al successo. Come scrive provocatoriamente un poeta-cantante come Francesco Guccini in Cirano: «Venite pure avanti poeti sgangherati, inutili cantanti di giorni sciagurati...godetevi il successo godete finchè dura che il pubblico è ammaestrato e non vi fa paura». Non a caso Emma, che ha dalla sua una grinta e una voce caldamente comunicativa, ha vinto Amici un anno fa; Scanu e Mengoni, superstar del penultimo Festival, avevano bucato il video pochi mesi prima di passare all’Ariston. Chissà se tra una quarantina d’anni saranno ancora lì, in Riviera, a sgraffignare un primo premio come Vecchioni, o un terzo posto agganciato con i denti come Al Bano, dopo una fastosa carriera, seppur punteggiata dalla veemente evocatività di La siepe (premio della critica a Sanremo ’68) come dalla sciagurata leggerezza di Felicità (secondo posto nell’82).