Sanremo, il testo di Morgan è il più elegante. Parola di linguista

L'esperto Giuseppe Antonelli ha analizzato le parole delle canzoni in gara. «Nelle sue figure c'è un suono dannunziano»

«Un piccolo rimpianto, il testo di Morgan era, a leggerlo, il più elegante»: così il linguista Giuseppe Antonelli riscatta l'ex Bluvertigo escluso da Sanremo dopo l'intervista in cui ha confessato di far uso di cocaina come antidepressivo. Antonelli, autore del libro «Ma cosa vuoi che sia una canzone - Mezzo secolo di italiano cantato» si è preso la briga di studiare i testi in gara al Festival e ha pubblicato la disamina sul sito della sua casa editrice, Il Mulino. Nel paragrafo, dal titolo suggestivo «Canto d'incanto (forzatamente accantonato)», Antonelli spiega che l'eleganza del testo di Morgan sta «nelle sue figure di suono un po' dannunziane (mentre un raggio di luna rifrange / sulla pioggia che piange); nei vaghi e suggestivi plurali poetici (monti, genti, campi, orizzonti); nel richiamo a distanza tra l'incanto (E d'incanto l'identico istinto ci coglie) e il canto (E del tormento allora ci faremo un canto)». Al di là dell'elogio all'ex giudice di X-Factor, il docente di linguistica a Cassino fa capire che nei testi non c'è nessuna vera innovazione ed è soprattutto nelle canzoni dei più giovani «che resistono i tratti più stantii, quelli dell'inossidabile ricetta della nonna». Per Antonelli, insomma, se «il cambio della guardia tra gli autori - ai veterani Mogol, Bigazzi, Morra si è sostituita la leva dei Pacifico, Tricarico, Francesco Bianconi, Valeria Rossi - ha limitato il ricorso ai vecchi trucchi del mestiere non è ancora riuscito a far circolare nei testi del Festival un'aria veramente nuova». E se nella passata edizione le parolacce erano state cinque (due in Masini, due negli Afterhours, una nei Gemelli DiVersi), «quest'anno non ce n'è neanche una» e non c'e nessun brivido neanche nei congiuntivi «quasi tutti al loro posto, tranne uno in Arisa (a volte basta che ci sei) e uno in Cutugno (non esiste che è finita)». Secondo Antonelli «la parola chiave di questa edizione è specchio». Si trova nella canzone di Noemi (mi guardo allo specchio / mi trovo diversa), dei Sonhora (sei un fuoco tra due specchi), di Nino D'Angelo (Simmo 'o specchio 'e n'autostrada). Ma anche in quella di Pupo (un'Italia sola / che oggi più serenamente, si specchia in tutta la sua storia)«, solo per citarne alcune. »Tanti narcisi e poche parole di burro: più che lo specchio della lingua, quest'anno il sanremese è una lingua allo specchio«, osserva appunto il linguista. L'altro tema dominante nei testi di quest'anno »è il dejà vu (o il dejà ecoutè)«. In due soli versi (verso l'alto più su / dove il cielo è più blu) «Cutugno compendia una lunga playlist che va da Modugno a Renato Zero, passando per Rino Gaetano«. Doppio citazione per Nicolas Bonazzi: »incontrando un non c'è niente da capire non si può non pensare a De Gregori e quando si trova nello stesso testo tanto è inutile spiegare viene spontaneo continuare certe giornate amare (Ruggeri cantato dalla Mannoia)». Infine, tra le altre osservazioni sulla presenza di Dio e sul sostantivo parole presente nei testi (una forma di «metalinguaggio)», spunta un'altra piccola strigliata per la nuova generazione: «Ci sono troppi nomi inventati«, dice Antonelli e cita »Romeus per Carmine Tundo (scelto dopo aver visto il film Romeo & Juliet, dice in un'intervista), Jessica Brando per Jessica Vitelli (non che gli eredi di Marlon abbiano avuto grande fortuna). E il gruppo La fame di Camilla (che fa un po' Marlene Kuntz censurato)».