A Sanremo trionfa il solito amore

Testi delle canzoni senza infamia e senza lode. Anna Oxa nasconde il suo «Processo a me stessa»

Cesare G. Romana

da Sanremo

La buona notizia è che nessuno, tra i parolieri in gara a Sanremo 2006, sfonda il punto di crisi che separa i testi più o meno accettabili dalle boiate assolute. Detto in soldoni: non ascolteremo, quest’anno, nulla di poeticamente efferato. La notizia cattiva è che non ascolteremo neppure nulla di particolarmente esaltante: non ci sarà nessuno di quei testi - Nel blu dipinto di blu, 4 marzo ’43, Il ragazzo della via Gluck, Vita spericolata - che restano poi vivi e attuali nei decenni, al pari della musica che li riveste.
«Nulla degno di nota», insomma, si potrebbe dire con Bertolt Brecht, che di grandi testi per musica se ne intendeva. Fatta forse eccezione per Anna Oxa, presente in gara con un Processo a me stessa che vede l’artista italo-albanese, al momento, contumace: per una bislacca scelta promozionale, testo e musica del brano non sono stati resi noti, ma le indiscrezioni fornite da un’agenzia di stampa lasciano intravvedere un testo assai suggestivo, com’era del resto prevedibile dato che il suo autore è, nientemeno, Pasquale Panella.
Prevedibile è anche il fatto che, al novanta per cento, le canzoni festivaliere parlino d’amore: il che, per Sanremo, non è precisamente una novità. Amore, s’intende, scrutato dalle più disparate angolazioni: lieto, sofferente, crudele, bonario, vilipeso, agognato. Simona Bencini per esempio pasteggia a lacrime, su musica di Elisa, negli scomodi panni di «un angelo che non sa più volare». Analoga sindrome dell’abbandono colpisce Luca Dirisio, che alla trasfuga augura di trovare, per quanto difficile, «un uomo che ti ami più di me». Più possibilista si dice invece Alex Britti, cui, chissà perché, «una cioccolata in più mi ricorda che ci sei», e per quanto il suo amore sia in crisi «mi conosco e so che un’altra non c’è». Per Noa, affiancata da Carlo Fava, l’amore va comunque tenuto da conto, trattandosi di magia che continuamente si rinnova, per Povia gli innamorati sono come piccioni, mantengono la testa tra le nuvole avendo però l’avvertenza - Icaro insegna - di non volare troppo in alto. E di evitare la trappola del maschilismo, ché «essere una donna - ammonisce Anna Tatangelo su testo di Mogol - non vuol dire riempire solo una minigonna». Ma bando alle recriminazioni: per il buon Ron l’amore è eternità in atto e frammento d’immensità («son l’uomo delle stelle/ e saremo per sempre io e te»), per Spagna esso è irragionevole, irraggiungibile ma ineludibile, per i Sugarfree è unico e insostituibile, pena la squalifica, sicché «solo lei mi ha, solo lei mi dà», addirittura «solo lei lo fa». Concorda d’altronde Michele Zarrillo, che reputa sbagliato cercare altrove quello che hai già a portata di mano («Questo è il tempo di vivere te») e con lui gli Zero Assoluto. I quali non demorderanno neppure nell’infausta ipotesi che lei opti per qualcun altro: nel caso «mi metterò seduto con lo sguardo fisso su di te/ perché ho imparato ad aspettare».
Nicky Nicolai è convinta che l’amore possa acquattarsi perfino nel carnet d’una prostituta, mentre per Helena Hellwig e per L’Aura innamorarsi aizza complesse metafore: «Da sempre sei quella carezza e una sorpresa sotto il mio cuscino», trilla la prima su musica di Mango, «splendi gelido e folle diamante irraggiungibile», implora, immaginifica, la seconda. Ivan Segreto, invece, attribuisce all’amore curiose contaminazioni («Con un gesto polvere vai via/ del tuo profumo oramai profumo anch’io») e Mino Vergnaghi, corista di Zucchero e vincitore d’un remoto Sanremo, ci informa tramite la voce di Andrea Ori: «Non mi basta niente/ se non ci sei tu». Neanche «se la luna venisse a baciarmi/ con le sue labbra», che è tutto dire.
Un festival tutto così? Non proprio. Alle ferree leggi del pensiero unico c’è chi tenta di sottrarsi, come Dolcenera che punta alla vittoria rammentando «com’è straordinaria la vita/ che un giorno ti senti come in un sogno/ e poi ti ritrovi all’inferno». O come i Nomadi, per i quali ogni giorno è una guerra ma, come è noto, «un altro giorno nascerà». Lo sa anche Mario Venuti, che canta l’inquietudine e la voglia di esperienze sempre nuove. Sarà, ma la panacea è un’altra: «Liberi di sognare più leggeri della realtà», è la proposta di Gianluca Grignani, mentre gli Ameba4 preferiscono buttarla in ridere («Rido e grido/ forse mi sbaglio/ ma vivo di nulla»). Se, poi, neanche questo bastasse ecco I ragazzi di Scampia rammentarci, su testo di Mogol e musica di D’Alessio, che «la musica è vera speranza/ e chesta speranza cchiù ricce ce fa».