Sanremo: trionfano Lola e Giò Di Tonno la Tatangelo è seconda, poi Moro

Chiuso il festival flop, ma nonostante l’emorragia di spettatori nella kermesse si è ascoltata una dozzina di brani che lascerà il segno. <a href="/a.pic1?ID=245192" target="_blank"><strong>Ponce</strong></a>: questa vittoria la dedico ai miei nonni. <a href="/a.pic1?ID=245191" target="_blank"><strong>Anna</strong></a>: quanto stress, ma per fortuna c'era Gigi. <a href="/a.pic1?ID=245198" target="_blank"><strong>Chiambretti</strong></a>: per il festival serve la convenzione di Ginevra

Dunque il festivalone chiude bottega, vincono Giò di Tonno e Lola Ponce, seconda Anna Tatangelo e terzo Fabrizio Moro. Così vuole la liturgia della kermesse, che neppure quest'ultima serata - la magia di venerdì, quella dei superospiti, si è ormai dissipata, tornano Meneguzzi, Minghi, Mietta, Tatangelo - ha potuto abrogare. E allora ridagli con gli amorevoli sfottò di Baudo e Chiambretti, la valletta bionda e quella bruna, i brani in gara, i soliti ospiti - Claudia Gerini, con un Verdone meno imbarazzante della prima sera -, un premio a Mondaini e Vianello e in coda, ma molto in coda, la consegna dei trofei, la commozione coatta, il congedo.
Così è se vi pare, e anche se non vi pare: ci si accomiata dal festival con la stanchezza che ammoscia le ossa, suvvia, Del Noce, e signor sindaco, ed egregio assessore, e tu Pippo, amico prezioso, quattro ore ogni sera, per cinque serate, non sono un festival, sono un ergastolo. Abbiate pietà, semmai il festival avrà un futuro - anche di soli cinque anni, come preannuncia iettatorio il garrulo presidente della Fimi, federazione delle major del disco, che però raramente ci azzecca.
Dunque, serata finale. Con alcune belle emozioni, un bel po' di sbadigli, l'orchestra che a volte dà l'idea di suonare a prescindere, anche in quelle canzoni che, con una semplice band, farebbero un'assai meglio figura. L'idea che la scaletta rimanda è quella d'essere stata compilata secondo il principio della doccia scozzese: ora calda ora fredda, uno sprazzo d'emozione e un altro di noia, un pizzico di qualità alta e un po' di onorevole medietà, se non di franca mediocrità. Così, dopo la canzoncina dei Sonohra, vincitori tra i giovani, e un commosso omaggio di Baudo al portuale morto sul lavoro a Genova, si parte con Meneguzzi e il suo modesto pop teenageriale. Poi ecco Grignani, il vice-Vasco (e Baudo lo taccia di «originalità», figurarsi). A seguire Little Tony, stessa età artistica di Volare, e Cutugno rappresentano con molto zelo l'attempato richiamo d'una professionalità in cerca di brividi, e subito si risale di livello con la bella canzone di L'Aura, lei tra l'altro in gran forma.
Ma non è finita. Si scende alla Tatangelo, si ristagna con Minghi, l'Amadeus de noantri, e tosto si risale con Mario Venuti, si svetta con l'amore dannato di Pia de' Tolomei secondo la Ponce e di Tonno, ci si inabissa col buon Zarrillo, si torna a galla con Moro e si vola con i Tiramancino e Frankie Hi-Nrg, due tra i brani più caustici e dunque più intriganti. Poi? Eugenio Bennato, col suo Sud sofferto e felice, torna a regalarci uno dei momenti migliori del festival, i Finley e Mietta passano senza fare danni, l'abatino Gazzé non consente emozioni e l'onesta paginetta di Cammariere si fa ammirare per stile e finezza. Chiude Tricarico, che canta una Vita tranquilla, ma sul palco si lascia sfuggire un «str...» riferito a Baudo e Chiambretti che si dilungano in troppe parole per presentarlo.
Si conclude così un festival tutt'altro che ignobile, checché ne dicano i soliti snob. Ché se quarantasei anni di critica militante, e trentotto festival di Sanremo non sono passati invano, si consenta a chi scrive di attestare che i brani di Bennato, della Berté, dei Tiromancino, di Lola Ponce & Giò Di Tonno (autrice Gianna Nannini), e ancora di Venuti, di L'Aura e di Frankie Hi-Nrg, insomma i brani meno ligi al più trito manierismo sanremese hanno fatto di quest'edizione una buona rassegna: nonostante le nefandezze delle giurie, fossero esse composte da finti esperti, da inesperti demoscopici e da televotanti. E di là dalle sentenze di certi cronisti, occasionalmente camuffati da opinionisti o da critici: d'altronde, su millecinquecento accreditati, non tutti possono essere dei Paolo Isotta. Né sono mancate liete sorprese tra i giovani, a partire da Giua, bella, ironica, colta, per proseguire con La Scelta, Frank Head, Morisco, Sanzotta. In tutto una dozzina di brani, mica pochi. Senza contare la lieta scoperta di Jacopo Troiani, sedici anni ma una voce già personale e autorevole.
E allora s'accolga la graduatoria finale con un'alzata di spalle, e si renda onore alla direzione di Baudo, che, se ha perduto la guerra degli ascolti, ha vinto quella che più conta, quella della qualità. La più ardua, tra l'altro.