Sansonetti: "Io, epurato da Rifondazione, Ferrero si muove come negli anni ’50"

Il direttore di <em>Liberazione</em>: messo alla porta dal commissario del popolo del Prc. Cose da <em>Unità</em>. Rimpianti: &quot;E pensare che questo era il giornale dei Curzi&quot;. &quot;Al mio posto un sindacalista, questo mi pare un suicidio&quot;

Roma Praga assediata dai carri armati sovietici, Dubcek asserragliato nel bunker. Sono le ultime ore di libertà, anzi di Liberazione stile Sansonetti: così le vive Piero, direttore un po’ anticonformista e un po’ gigione, secondo i detrattori (che pure ci sono nel giornale). Trovarlo, nella convulsa ultima giornata in viale del Policlinico, è impresa quasi disperata. Ferve il lavoro, cresce la rabbia, sul ponte - si perdoni la banalità - sembra sventolare bandiera bianca. Grazie a un prezioso alter ego fin dai tempi dell’Unità, Stefano Bocconetti, amico di mille battaglie, il cellulare viene introdotto nel bunker. Questa è la ballata di Piero, prima dell’arrivo dei «lupi».
Muore Sansonetti con tutti i filistei, direttore.
«Muore Sansonetti con tutti i filisteietti».
Non drammatizza troppo?
«È la situazione a essere altamente drammatica».
La state vivendo come l’invasione di truppe dittatoriali.
«La dittatura è infinitamente più tragica. Ma noi la viviamo come un colpo di mano, dovuto a un rapporto di forze puramente politico. Per dirla elegantemente... ci girano le palle».
Umiliati e offesi.
«Siamo molto tristi, quest’esperienza è stata importante sia dal punto di vista giornalistico che politico».
Ma non l’aveva messo nel conto? Il quotidiano è l’organo ufficiale di un partito. Lei viene dall’«Unità», mica dal Burundi.
«Forse avrei dovuto pensarci, ma chi avrebbe potuto immaginarlo? C’era Bertinotti... E questo era il giornale di Curzi! Il giornale di Curzi e di Manisco... Mica del commissario del popolo. Casomai accadeva all’Unità, ma in tempi lontani».
Il congresso di Chianciano ha decretato una nuova maggioranza. Non sarebbe stato il caso di prenderne atto? Ferrero avrà pure la possibilità di mettere un direttore che gli piace.
«Guardi che Liberazione non è mai stato così, mai un giornale di partito. Questo invece è un suicidio... Non nominano neppure un giornalista! Per Dino Greco ho grande rispetto, ma è come mettere Umberto Veronesi... Il fatto che uno sia una persona straordinaria nel proprio campo non giustifica che venga messo alla guida di un giornale, a fare il commissario politico. Si tratta dell’involuzione di una sinistra che guarda agli anni Cinquanta. Come se mettessero me a fare la Finanziaria...».
Non pensa che questa drammatizzazione lasci solo macerie? «Après moi, le déluge»...
«Il rischio c’è, non lo nascondo. Ma non posso farci nulla, non è stata colpa mia. Anzi, questo ci accresce l’angoscia».
Ha pubblicato in prima pagina anche una lettera un po’ intimidatoria nei confronti dei redattori che saranno contenti di lavorare per il nuovo corso.
«È stata scritta da 24 redattori... Ho pubblicato tonnellate di lettere a favore di chiunque, consentirà che ne pubblichi una in mio favore».
Alimenterà faide interne.
«Può darsi, anche se spero di no. Ma qui c’è molta rabbia. E le divisioni non sono poi così nette...».
Proprio nulla da rimproverarsi?
«Un direttore bravo fa quattro-cinque errori il giorno, io almeno dieci».
Neppure la faccenda di «Luxuria come Obama», così strumentalizzata dai cosiddetti «giornali borghesi»?
«Quel titolo è una leggenda metropolitana, non l’abbiamo mai pubblicato. Se poi mi si vuol rinfacciare che questo giornale sia diventato una bandiera dei diritti civili, e quindi anche dei gay... allora è un altro discorso. Lo rivendico, ne sono arcicontento».
Nulla da rimproverarsi, neppure per come ha gestito questa vicenda.
«Guardi che le “grandi ribellioni” le ho fatte semmai prima della segreteria Ferrero... Il caso Cuba, superiamo il Prc eccetera risalgono tutti a prima del congresso. Soltanto che nessuno ci ha mai chiesto di abbassare il tiro, e con Ferrero se non l’ho abbassato, non l’ho neppure alzato».
Allora che cos’è cambiato?
«Che adesso c’è proprio da avere paura, come ho scritto nel fondo...».
Paura di che cosa?
«Ho paura di questo pezzetto di sinistra che si imbambola su se stessa e ricade nel vizio dello stalinismo. È terrificante. Ho paura di un Paese nel quale non c’è più la sinistra, ma chi pensa che il muro di Berlino fosse una buona cosa, e che i diritti civili non contino. La libertà è un valore, anzi il valore più grande. Finché la sinistra non si pianterà nella zucca che questo è il primo punto per la rinascita, che l’uguaglianza non può essere mai così importante da schiacciare un’idea moderna di libertà, saremo perduti».
Quasi pronto per il Popolo della libertà, direttore.
«Del pensiero liberale ho rispetto, ma è il mio nemico. Non sono un moderato, non un conservatore. Ma di fronte alla vittoria di Obama muoio d’invidia, la sinistra italiana non può essere condannata a spappolarsi come il Pd o a pensare che fosse meglio Breznev...».
Ferrero la pensa così?
«Ferrero non è afflitto dallo stalinismo, ma si è fatto ammanettare da chi la pensa come negli anni Cinquanta».
Si riferisce a Claudio Grassi?
«Sì, per esempio Grassi. Che non è stalinista, per carità, quelli uccidevano. Ma brezneviano sì».
Si dice che la sinistra radical-chic, da salotto, piaccia alla destra più di quella dura e pura, fieramente e ancora operaista.
«Una balla pura. Alla destra piace la sinistra violenta e ottusa. Piace Di Pietro, noi no».
Eppure lei era sempre nei salotti tivù, sempre da Vespa... Difetto di vanità?
«Diciamo che di mestiere comunico, e sarei un fesso a ridurre i miei mezzi di comunicazione».
Dicono che fosse molto simpatico persino a Berlusconi.
«Sono contento, ma in quanto tifoso milanista. Personalmente cerco di avere rapporti civili con tutti quelli che li hanno con me».
L’ultimo numero del giornale che prepara è monografico.
«Sì, parliamo soprattutto di noi. Ci saranno le sette migliori prime pagine e un amarcord dei momenti più felici. L’abbiamo fatto strano, sarà il titolone».
Spiritoso. Quale sarà invece il suo futuro?
«Non ci ho ancora pensato. Magari poi lunedì (domani, ndr) mi confermano e resto qui. Altrimenti mi concedo una vacanza e poi si vede».
Non è che vedremo pure lei all’«Isola dei famosi»?
«Non ne ho la minima idea».
Quale sarà il futuro di Rifondazione?
«Futuro è una parola grossa. I due termini incompatibili. O parliamo di futuro, o discutiamo di Rifondazione».